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Gen 15, 2018

La nostra esperienza di startup al CES di Las Vegas

Immersi in fiumi di gente per 5 lunghi giorni, abbiamo scoperto un pubblico di visitatori consapevole e preparato, con idee chiare su chi incontrare e quali applicazioni proporre. Ecco il nostro racconto di questa esperienza unica

Nei suoi 51 anni di storia, questa è stata la più grande e ambiziosa edizione del CES, il Consumer Electronic Show di Las Vegas. Più di 3900 espositori, di cui 900 giovani startup da tutto il mondo che hanno presentato le loro idee accanto ai giganti delle tecnologie digitali come Samsung, Nokia e Google. Tra di loro ci siamo stati anche noi, la startup italiana Softcare Studios con il nostro progetto TOMMI, il videogioco realizzato per migliorare la qualità della vita dei bambini malati di cancro usando la realtà virtuale (leggi anche qui).

 

 

Una gigantesca finestra sul mondo e un’opportunità unica di conoscere i mercati internazionali, con le loro complessità e necessità. Questa è stata la nostra chiara impressione fin dai primissimi istanti. Supportati e ospitati dallo stand dell’azienda farmaceutica Merck, abbiamo condiviso l’evento assieme alle altre startup accelerate dal suo Innovation Center di Darmstadt in Germania. Tutti progetti in qualche modo collegati al settore healthcare e pharma: da Veripad, che realizza semplici kit per verificare farmaci contraffatti, a Is It Fresh che progetta etichette con sensori per valutare la freschezza dei prodotti alimentari, fino a Inuru che stampa display luminosi su carta e MedRX, app che aiuta a trovare farmaci nelle farmacie dei paesi africani.

Siamo arrivati tutti con l’idea che il CES potesse essere troppo consumer per prodotti con focus medicali così selettivi. Ci siamo sbagliati

Immersi in fiumi di gente per 5 lunghi giorni, abbiamo scoperto un pubblico di visitatori consapevole e preparato, con idee chiare su chi incontrare e quali applicazioni proporre. Qualche numero? Non abbiamo pensato di contare i visitatori, ma il numero approssimativo l’abbiamo scoperto quando in mano ci siamo ritrovati l’ultimo dei nostri volantini. Eravamo partiti con 3000.

 

Il CES come incubatore di nuove idee

Mi viene in mente lo speed dating, ma tra aziende e startupper, il tempo di darsi la mano e raccontare la propria idea. Al CES nascono letteralmente nuovi progetti, questa è stata una delle esperienze che ci portiamo a casa con più soddisfazione. Tra gli espositori ci si conosce, si creano connessioni nuove, scattano all’improvviso scintille di collaborazioni senza pensare minimamente alle distanze che ci separano. Basta Internet per risentirci, basta darsi appuntamento su skype appena ciascuno sarà tornato alla base. Il mondo di oggi, anche se infinitamente complesso, è diventato un coworking globale sempre più accessibile e aperto.

 

La vera sfida non è tanto presentare la propria idea, ma sapere ascoltare le necessità altrui. La lezione del CES è che crescere, espandersi, è in primis una questione di sensibilità nei confronti dei nuovi mercati e di dialogo costante. E le idee su cui discutere erano davvero tantissime, un caleidoscopio del futuro in arrivo.

 

Il muscolo del futuro è il cervello

Una delle parole chiave dell’edizione 2018 del CES è sicuramente brain. Le palestre del futuro rafforzeranno il nostro cervello, non solo bicipiti e pettorali. Caschetti EEG e relativi software come BrainCo sono stati presentati alla stregua dei già noti wearable per il fitness, mai tanto accessibili e facili da usare. Quello che cambia non è tanto il singolo progetto, ma l’idea che stiamo maturando della nostra materia grigia. Un muscolo appunto, di cui cogliere la flessibilità e la capacità di adattarsi, di essere plasmato dalle esperienze e allenato per raggiungere performance sempre migliori in ogni campo, sia educativo che al lavoro, così come nel tempo libero grazie a percorsi di mindfullness e relax.

 

L’estetica non è più un optional

Finalmente ci siamo ricordati della bellezza. Nella sua essenzialità zen, la tecnologia spesso ci ha offerto design standard, talvolta ripetitivi o scarni come nel caso di wearable e smartwatch. Ma da quest’anno qualcosa sta cambiando. Non credevo ai miei occhi vedendo orologi industinguibili da quelli analogici, esteticamente ricchi ed eleganti, prodotti da aziende quali Armani, Diesel e Fossil e proposti con funzionalità smart, connessi ai nostri smartphone.

 

 

Ma la bellezza è ritornata anche con l’idea di cosmesi personale, arricchita dalle tecnologie digitali. Romy Paris, ad esempio, ha presentato un dispositivo in grado da fungere da mini laboratorio per preparare creme personalizzate per la nostra pelle a partire da un set di componenti standard. Parlando con i founders, mi ha colpito il loro approccio: usare i dati generati passivamente dalle nostre attività digitali per trarre informazioni utili a prevedere lo stato di stress della nostra pelle, senza richiedere alcuna scansione diretta. Un esempio semplice semplice: i nostri social mostrano che siamo in viaggio, magari lungo, con parecchie attese e scali aerei? Ne deriverà una pelle stanca, deidratata dalla permanenza in aereo e Romy Paris con un solo click preparerà la crema più adatta a risollevarci dopo la lunga trasferta, pronta per l’uso.

 

 

L’IA non è un prodotto, ma è in tutti i prodotti

Non sono mancati IA e home companion. Alexa di Amazon pur non avendo un suo stand dedicato, l’ha fatta da padrona dovunque, utilizzata come hub per collegare l’utente in modo naturale attraverso la voce alle informazioni necessarie per soddisfare le sue necessità come nel caso dello specchio smart Verdera di Kohler o del sistema di home security di Canary.

A fianco dei loro parenti domotici, droni e robot umanoidi sono stati presentati nella main hall del Convention Center, tra cui il Motobot di Yamaha, il robot motociclista che ha sfidato Valentino Rossi (che per adesso ha mantenuto il primato umano con 30 secondi di vantaggio). Qualche robot invece è stato anche capace di presentarsi da solo, e sinceramente ho adorato questo timido sorriso di pixel:

 

Parola d’ordine: liberare le mani degli utenti

Il CES è stato anche il campo di prova di una sottile rivoluzione: quella delle interfacce. Oggi abbiamo nuovi contenuti digitali grazie alla AR e VR, tuttavia continuiamo a impiegare le stesse soluzioni di 10-20 anni fa, come controller e pad. Molti iniziano a capire che per valorizzare davvero tali contenuti bisogna cambiare le regole con cui interagiamo con il digitale, tra questi Ultrahaptics. Usando delle tavolette poste davanti l’utente, l’obiettivo è liberare le mani e farci riassaporare il piacere di toccare gli oggetti (seppur digitali) invece di premere combinazioni di bottoni. Come? Con gli ultrasuoni, in grado di restituire una sensazione tattile realistica che per la realtà virtuale sarà una manna dal cielo.

 

 

Il digitale per il benessere

Tradizionalmente valutiamo il nostro stato di salute e benessere sulla base di test periodici che delle informazioni che ci compongono raccolgono solo una minima parte. E’ un pò come essere testati in “cattività”. Ma cosa succede tra un test e l’altro? Abitudini, attività, stress: un oceano di dati sommersi dietro le quinte delle cartelle cliniche, che oggi è finalmente possibile far emergere grazie al digitale, ai wearable e ai sensori sempre più ubiqui. Questi dati ombra hanno un enorme potenziale predittivo nonchè di supporto diagnostico e la frontiera consiste nel dare sempre più valore scientifico alle applicazioni che passano sotto il nome di digital therapeutics.

 

Numerose in tal senso le conferenze legate alla digital health, arricchite quest’anno da diversi panel relativi al potenziale della realtà virtuale, vista come tecnologia full stack in ambito medico capace di offrire formazione ai medici, educazione sanitaria agli utenti ma anche supporto ai pazienti durante la terapia.

 

 

Il primo anno dell’Italia al CES

Questo è stato anche il primo anno in cui l’Italia ha fatto il suo debutto a Las Vegas con un’area dedicata esclusivamente alle startup italiane. Tanti bei progetti accompagnati dal tricolore a dimostrare che stiamo scalando con sempre più decisione la scena innovativa mondiale. Siamo stati felici di rincontrare vecchi amici come Alberto Piras di Brave Potions, gioco in AR progettato per ridurre la paura degli interventi medici nei bambini, o i ragazzi di Morpheus, startup che ha presentato la nuova versione della lampada intelligente Momo dotata di intelligenza artificiale e amica dell’interior design made in Italy.

 

 

Rivederci così lontano è stata una sensazione particolare, la consapevolezza di essere arrivati a giocare su una scacchiera di proporzioni enormi ma mai come ora aperta e accessibile a tutti. È il gusto della Frontiera, quella dagli orizzonti lontani che ti offre via libera a reinventarti e reinventare il futuro. Quella libertà che serve per fare davvero qualcosa di nuovo e che al CES si è percepita ad ogni angolo. Si viene incoraggiati a ragionare in questo modo, a uscire fuori dagli schemi, a ridiscutere quelli vecchi, per fare emergere idee e modelli con cui intraprendere la via per il futuro. Questo è stato il nostro primo CES e ne torniamo enormemente arricchiti grazie a punti di vista e domande lontane migliaia di chilometri, che talvolta è fondamentale incontrare di persona, in carne ed ossa, offline. Perché proprio nell’offline si realizza l’utilità definitiva del digitale.

 

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