Direttiva copyright, per Google i siti di news perderebbero il 45% del traffico - Startupitalia immagine-preview

Feb 8, 2019

Direttiva copyright, per Google i siti di news perderebbero il 45% del traffico

Dopo gli "snippet" vuoti Big G torna ad attaccare in vista della finalizzazione dell'accordo sulla riforma del diritto d'autore

Dopo il voto favorevole del Parlamento europeo dello scorso autunno la nuova direttiva europea sul copyright è in attesa della finalizzazione e definitiva approvazione da parte dei capi di Stato e di governo in seno al Consiglio europeo. Le trattative avrebbero dovuto concludersi alla fine di gennaio ma stanno andando avanti – tanto che c’è chi immagina un nulla di fatto in vista delle delicatissime elezioni europee di fine maggio – e ruotano sempre intorno ai due articoli più contestati non solo dai colossi del web ma anche da tutto il movimento che nel tempo ha messo in discussione alla radice l’impostazione della riforma. L’11esimo e il 13esimo.

Cosa accadrebbe agli “snippet”

Se gli “snippet” rimanessero formulati così come sono, spiega per esempio da tempo Google, potrebbero esserci molti problemi. Specialmente per quegli editori già fortemente sotto pressione per la crisi del sistema editoriale nel proprio mercato di riferimento. Se l’art. 13 preoccupa per il suo portato di “censura” e filtro preventivo, l’articolo 11 prevede invece che gli editori debbano ricevere compensi “consoni ed equi per l’uso dei loro materiali da parte dei “fornitori di servizi nella società dell’informazione”, vale a dire da piattaforme come Facebook o come Google, in particolare il suo aggregatore di notizie Google News.

Dal canto suo Big G, che qualche settimana fa aveva mostrato come apparirebbero gli “snippet”, cioè gli specchietti con le anteprime delle notizie, se il motore di ricerca dovesse aderire a un simile regolamento, torna all’attacco. Il colosso aveva mostrato una serie di magrissime schermate: se un utente cercasse dall’Europa per le “ultime notizie” otterrebbe dei link ai siti con la sola indicazione del tempo trascorso dalla pubblicazione online. Niente sommario, nessun titolo completo e nessuna immagine. Zero.

Crollo del traffico ai siti di news

Adesso si aggiunge un dato: meno traffico. Molto meno traffico verso i siti delle testate. Tanto da non capire a chi possa convenire davvero. La “link tax”, così è nota la conseguenza legata all’art. 11, comporterebbe infatti un calo del traffico stimabile nell’ordine del 45%. Se prima da Google ti arrivavano 10 clic, domani – con l’approvazione della direttiva sul copyright – te ne arriveranno poco più di cinque. Secondo Google – che per giunta non ha certo nell’aggregatore Google New un suo asset fondamentale quanto a produzione di ricavi – non un grande affare.

Per Mountain View, infatti, lo snippet ben fatto e completo di ogni elemento, come accade ora ed è sempre accaduto, “incoraggia gli utenti a cliccare e arrivare così al sito dell’editore”. Se togli foto e sommari, mozzando i titoli e fornendo una finestrella vuota, quel flusso si strozzerà. Come, d’altronde, è successo con i siti d’informazione spagnoli dopo la chiusura di Google News nel 2014 per una simile decisione ma solo su scala nazionale. La posizione di Google è al contrario consentire la “condivisione dei fatti e l’uso delle tradizionali preview limitate, che si tratti di testo o foto, che diano il giusto contesto agli utenti del web”.

L’alternativa? Non pagare ma chiudere

Il punto – su questo era già intervenuto il vicepresidente delle news di Google, Richard Gingras – è che molto probabilmente Google non pagherebbe alcunché. O meglio: se scegliesse di pagare farebbe fuori la stragrande maggioranza degli 80mila editori al momento indicizzati dal servizio in tutto il mondo. Se invece decidesse di contestare in modo radicale il provvedimento non avrebbe che da serrare Google News da un giorno all’altro. Con buona pace di chi cerca ferocemente di scambiare un tozzo di pane oggi per un flusso di visite costante nel tempo.

Google contesta anche l’art. 13, dove pure avrebbe in casa una soluzione– è il caso di Content ID di YouTube – più che adeguata. Quella norma prevede infatti che le piattaforme online controllino preventivamente i contenuti che vengono caricati online dagli utenti così da bloccare l’upload di quelli protetti dal diritto d’autore e sui quali, ovviamente, gli utenti non detengono alcun diritto. Per Big G questo passaggio “minaccerebbe lo sviluppo dell’economia della creatività in Europa, compresa la community di creator di YouTube”.

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