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Apr 1, 2019

I pro e i contro di aprire una startup in Germania. Tra falsi miti e leggende metropolitane

Quali sono i fattori di successo dell'ecosistema tedesco? E perchè a Berlino ci sono più possibilità che altrove?

Una delle domande che più spesso mi sento rivolgere da parte di imprenditori italiani interessati ad espandere o avviare la propria attività in Germania è se esista un regime fiscale agevolato per le startup innovative. La risposta è: no! Un’altra è se anche in Germania esista la temuta burocrazia che complica la vita alle imprese italiane – e la risposta è: sì! Ma allora come si spiega la straordinaria vitalità del panorama startup tedesco e soprattutto berlinese?

I numeri parlano chiaro: a Berlino nel 2017 (ultimo anno di cui si conoscono dati) sono state avviate 117 attività d’impresa ogni 10.000 abitanti. Secondo uno studio di EY le startup che sono riuscite ad attirare capitale nel corso del 2018 sono state 122 a Berlino (3,5 milioni di abitanti) e 147 in tutto il resto della Germania (79 milioni di abitanti). I primi 5 deals del 2018 sono stati tutti conclusi da startup berlinesi: dai 74 milioni raccolti da Frontier Car Group ai 460 di Auto1.

 

 

I fattori di successo

 

La risposta all’enigma era già stata suggerita da un vecchio sondaggio di Endeavor del 2013 condotto tra founders americani, in cui si evidenziava come appena il 5% degli intervistati considerasse fiscalità e tassazione un fattore decisivo nella scelta del luogo in cui avviare un’attività, ed appena il 2% il quadro normativo (non fiscale) più o meno business – friendly. In compenso, l’80% sceglieva la città molto più prosaicamente in base ai legami (affettivi) personali ed alla qualità della vita. Un’indagine condotta due anni più tardi dal Bitkom (associazione dell’economia digitale tedesca) giungeva alle stesse conclusioni in riferimento al contesto tedesco.

 

Berlino attrae imprenditori, investitori ed altre figure che ruotano intorno all’economia startup perché è una città in cui si vive bene. Anzitutto è internazionale – e dunque accogliente per chiunque: un quinto dei founder berlinesi è straniero, la lingua degli affari è quasi sempre l’inglese. C’è un’offerta sterminata e sempre all’avanguardia in termini di cultura, intrattenimento e informazione. In più le infrastrutture sono efficienti ed alla portata di tutti: spazi coworking, mezzi di trasporto, servizi ed una galassia di associazioni di rappresentanza dei diversi interessi legati al mondo delle startup. L’ambiente startupparo è molto organizzato ed interconnesso: chi arriva da fuori entra velocemente negli ambienti adatti per ottenere informazioni e supporto. Anche nella capitale digitale d’Europa il passaparola resta il principale strumento di risoluzione dei problemi della gestione quotidiana, come dimostrano iniziative quali Digitaly, gruppo di imprenditori e professionisti italiani a Berlino di cui si è già parlato anche su StartupItalia.

 

L’economia startup berlinese

 

Il panorama è dominato da imprese che offrono servizi, tra le quali le più rappresentate e destinatarie della più grande fetta di investimenti sono le attività di e-commerce (1.362 milioni nel primo semestre 2017): ne fanno parte alcune ex-startup di fama internazionale come Delivery Hero o Zalando, e le filiali europee di alcune imprese americane, come Houzz.

L’assoluta prevalenza dei servizi dipende senz’altro dal fatto che Berlino non è circondata da un distretto industriale o manifatturiero come le città della ex Germania Ovest o del Nord Italia. Vi hanno però sede istituzioni universitarie e di ricerca d’eccellenza, che hanno attratto un gran numero di attività del settore software & analytics, fintech, health e media.

 

Gli ostacoli

 

Come si diceva in apertura, non esistono agevolazioni fiscali per le startup e non si può certo dire che la burocrazia tedesca sia leggera (un mio cliente ci ha messo 3 mesi per aprire una succursale della srl italiana perché “il timbro del notaio italiano non si leggeva bene”). La maggior parte delle pratiche burocratiche o legali dev’essere fatta in tedesco: in quel tedesco burocratese che raggiunge ineffabili livelli di complicazione. Meglio farsi assistere da consulenti che abbiano dimestichezza nell’assistere una clientela internazionale, anche perché la rapidità delle procedure può giocare brutti scherzi (non di rado, ad esempio, il fisco pignora temporaneamente il conto corrente di un’impresa perché c’è stato un ritardo o un’irregolarità nel pagamento dell’IVA, magari semplicemente dovuto alla cattiva comprensione di un decreto di pagamento. C’è da dire che di norma basta una telefonata alla competente agenzia del fisco per sbloccare la situazione).

 

 

“Ci sono più italiani a Berlino che a Sondrio”

 

In questo contesto, anche gli italiani non hanno tardato a riversarsi in massa su Berlino, preferendola alle mete tradizionalmente più consolidate per il mercato italo-tedesco: del resto, si può forse paragonare la vita a Berlino alla vita a Monaco o Francoforte? In base ai dati del comune di Berlino, al 31-12 del 2016 gli stranieri residenti erano 677.000, di cui più di 28.000 italiani (quarto gruppo “etnico” dietro a turchi, polacchi e siriani): ci sono più italiani a Berlino che a Sondrio. Molti di loro hanno intrapreso la carriera imprenditoriale, altri hanno raggiunto posizioni chiave in grandi imprese tedesche. Sono quelli che in Italia vengono spesso bollati come “cervelli in fuga”, ma in realtà di fuga non si può parlare: è l’Europa, bellezza! Non solo è normale che l’economia (anche startup) si integri e internazionalizzi, specie all’interno della UE, ma è anche un’enorme risorsa per l’Italia avere una forte rappresentanza di connazionali in un mercato importante come quello tedesco. E infatti, anche a livello istituzionale c’è ormai intensa attività, ad esempio attraverso l’Ambasciata (che ospita annualmente un forum italo-tedesco sull’innovazione), la Camera di Commercio Italiana in Germania, l’ICE.

Prossimo appuntamento? Lo SMAU, che organizza ogni anno una tappa del suo roadshow a Berlino, quest’anno il 19-21 giugno.

 

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