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Ultimo aggiornamento il 28 maggio 2019 alle 10:17

Vitalik Buterin: genio della matematica (a sei anni) manda tutti al diavolo per fondare Ethereum

Storia, curiosità e sfide del ragazzo che ha ideato la blockchain che vale oggi 25 miliardi

«Alle elementari tutti mi definivano un genio della matematica. Ne ero felice, ma solo in parte. Avrei voluto essere per gli altri una persona normale», ricorda Vitalik Buterin, 25 anni, è l’inventore di Ethereum, la blockchain con la seconda capitalizzazione più importante al mondo, 25 miliardi di dollari, il suo valore nel momento in cui scriviamo.

Di “normale”, il piccolo Vitalik non ha proprio nulla. All’età di sei anni, sa moltiplicare numeri a tre cifre, senza alcun affanno. Gli insegnanti ben presto si accorgono della sua intelligenza precoce, tanto che gli consentono di fare il primo salto della sua vita, in una classe di super cervelloni.

Ad alimentare il suo genio c’è il padre, Dmitry, ingegnere informatico russo, nato a Kolomna, una città di poco più di 100mila abitanti. I primi ricordi di Vitalik sono in Canada, dove i suoi si trasferiscono. È nella nazione della foglia d’acero che coltiva i primi interessi. Diversamente dai bambini della sua età (impazza la moda dei Lego) lui si diverte a giocare con Excel, con il quale impara ad effettuare i primi calcoli di base.

L’amore per la blockchain e le crypto non sboccia subito, un paradosso per il ragazzo che avrebbe scritto il secondo capitolo della tecnologia. È suo padre il primo a parlargliene quando Vitalik è poco più di un adolescente: «Mi raccontò di questa valuta che non era sostenuta e controllata da alcun governo. La mia prima reazione è stata di rifiuto. Come poteva interessarmi una tecnologia che aveva un così scarso impatto sul mondo?».

I primi contatti con i crypto lover

Quella che è una reazione ribelle di un adolescente verso suo padre, si trasforma ben presto in una curiosità sfrenata. Vitalik usa Internet per informarsi. Per capirci di più, si iscrive a vari forum e così entra in contatto con la prima community dei crypto lover. La sua partecipazione all’inizio è limitata: non ha soldi per comprare bitcoin e neanche la potenza di calcolo per minarli.

Allora sfrutta il sapere che ha acquisito sulla blockchain per scrivere articoli, facendosi pagare in bitcoin: «C’era una persona che curava un blog sui bitcoin. Mi sono accordato con lui per 5 bitcoin ad articolo, più o meno quattro dollari, in quel periodo».

I suoi articoli attirano l’attenzione di Mihai Alisie, un ragazzo rumeno. Si conoscono su un forum e decidono di fondare insieme un giornale. Si chiama Bitcoin Magazine e diventa in poco tempo un punto di riferimento del settore. Per Vitalik è un periodo di grande lavoro, si divide fra il giornale, i corsi all’università di Waterloo in economia e un lavoro part time come assistente ricercatore per Ian Goldberg, un celebre crittografo, autore di  un protocollo, usato ancora oggi per criptare messaggi.

Tra Silicon Valley e Israele

Vitalik è un buon risparmiatore. Mette i primi bitcoin in cascina e li utilizza per girare il mondo. Nel maggio del 2013, il viaggio che ha un grande impatto sulla sua formazione. La meta è San Jose in California. È lì come reporter per Bitcoin Magazine in uno dei più importanti eventi su bitcoin e blockchain.

È per lui l’occasione di conoscere il cuore pulsante della community, sviluppatori, investitori, startupper, persone che hanno mollato tutto e lavorano giorno e notte per inseguire il sogno di Satoshi Nakamoto, il nome dietro cui si cela il papà dei bitcoin: «Ho capito che la community era reale. C’era gente che seguiva quel mondo come si fa con una religione. Valeva la pena prendersi un rischio per farne parte».

Vitalik si fa trascinare dalle “sirene di Nakamoto”, lascia l’università e ragiona su un modo per apportare un contributo di valore a quell’universo che lo entusiasma. Per ben sei mesi si sposta da un angolo all’altro del globo (farà tappa a Londra, Amsterdam, Las Vegas…) per conoscere imprenditori che lavorano su nuove versioni della blockchain dei bitcoin.

Un progetto in Israele attira la sua attenzione e decide di farne parte. Si chiama Mastercoin, ed è una startup che offre servizi  nella finanza. L’idea dei fondatori è di registrare ed archiviare contratti finanziari sulla blockchain: «Invece di registrare i contratti, sarebbe stato possibile spingersi molto oltre, creando un modo per stipularli in automatico. Ho iniziato a ragionare sui contratti tra persone non più solo come una relazione, ma come oggetti che potevano, grazie al codice, avere una vita propria».

Una keyword: gli smart contract

In Israele, Vitalik ragiona sulla possibilità di creare una nuova blockchain più flessibile che uscisse dall’ambito del payment,  per diventare uno strumento con il quale chiunque potesse creare nuove applicazioni, criptovalute, token. Il seme dell’idea di Ethereum si impianta nella sua mente.

Per consentire queste possibilità infinite di creazione per sviluppatori e startupper, serve una tecnologia che consente di stabilire dei contratti tra persone, direttamente su una blockchain.  Il tutto è possibile, grazie agli smart contract, una parola chiave per capire la rivoluzione che Vitalik sta per apportare nel mondo della blockchain.

Si tratta di software che eseguono in automatico un’istruzione sulla base di eventi esterni. Per esempio, la consegna di un bene a domicilio, sblocca il pagamento per lo stesso. Sono le regole della blockchain a garantirne il funzionamento mentre i risultati del contratto sono verificati da i partecipanti del network.

Il genio non è solo colui che crea, ma chi sa riutilizzare le tecnologie esistenti per dare loro nuova vita. L’idea degli smart contract non è di Vitalik, appartiene a Nick Szabo, uno degli imprenditori più influenti nel campo delle criptovalute.  La genialità di Vitalik è di averli accolti nel core del design di Ethereum, a differenza della blockchain dei bitcoin che è progettata unicamente come sistema di pagamento P2P.

Il White Paper di Ethereum inizia ad abbozzarlo nel 2013. Dopo averlo scritto, lo invia al fondatore di Mastercoin, che, tuttavia, rispedisce l’idea al mittente: «Mi ha detto che l’idea era interessante, ma che ci sarebbe voluto troppo tempo per svilupparla. Ero arrabbiato e gli ho risposto, “Fottiti, posso farlo da solo”. Dopo alcune settimane l’ho inviato a un gruppo di sviluppatori per avere i loro feedback», racconta in un’intervista su Tank Magazine.

Il White Paper di Ethereum

 

Vitalik ha in mente un’altra piattaforma decentralizzata. Nel White Paper  parte dai punti deboli della blockchain (come alcune limitazioni note a tutti nel linguaggio di scripting) e scrive della sua idea di creare un prodotto alternativo per “applicazioni decentralizzate”:

Malgrado la spavalderia dimostrata con il founder di Mastercoin, è pervaso dai dubbi. Nel momento stesso in cui invia il White Paper al team di sviluppatori di cui si fida, si aspetta le critiche più dure: «Quando ho avuto l’idea di Ethereum, il mio primo pensiero è stato, “è troppo buona per essere vera”. Ero sicuro che  i miei amici crittografi mi avrebbero fatto notare quanto fossi stato stupido a non accorgermi dei punti deboli del progetto».

Eppure, malgrado le sue paure nessuna delle quindici menti iniziali messe a conoscenza di Ethereum, trova degli ostacoli insormontabili, anzi sono tutti entusiasti. La reazione comune è che Vitalik sta dando vita a una vera e propria rivoluzione. Molti di queste menti sono entrate a far parte poi del team di Ethereum (Mihai Alisie, Anthony Di Iorio, Charles Hoskinson, Jeffrey Wilcke, Gavin Wood, Joseph Lubin, solo per citarne alcuni dei più influenti) che si presenta per la prima volta in una conferenza a Miami, ricevendo una lunga standing ovation dai presenti.

Vitalik e la sua squadra si trasferiscono in Svizzera, al Canton Zugo, che poi sarebbe stato battezzato anni dopo, Crypto Valley, ancora oggi la casa di Ethereum Foundation, l’organizzazione no profit, responsabile di Ethereum e del suo software open source.

Per sviluppare il progetto servono soldi. Per recuperarli, il team decide nel 2014 di creare una nuova crypto, gli ether, che rendono la piattaforma appetibile per gli investitori. Con gli ether  parte l’ICO (la raccolta fondi per nuovi progetti nell’ambito delle criptovalute).  Ethereum, vende 2mila ether al prezzo di un bitcoin. Al termine, raccoglie 31mila bitcoin, un valore vicino ai 18,4 milioni di dollari americani, diventando la terza ICO ad aver raccolto di più.

Nel 2015, il lancio della prima versione, dal nome Olympic, viene messa sul mercato. Il prototipo è promettente, ma pieno di bug. Per scovarli nel minore tempo possibile, Ethereum lancia un programma di reward: chiunque avesse trovato bug nel sistema sarebbe stato premiato con ether.

Il 14 marzo del 2016, Ethereum aggiorna la sua versione in quello che è considerato oggi il lancio ufficiale della piattaforma.

«Per costruire la piattaforma avevo messo insieme tutto ciò che mi interessa: matematica, crittografia, economia e politica. È un’esperienza affascinante che vivo con una comunità che ondeggia tra capitalismo e spinte sociali, ma sempre con un forte impulso libertario», dichiara  Vitalik in un’intervista su Il Corriere della Sera.

Blockchain ed Ethereum:  calcolatrice vs smartphone?

«Pensa alla differenza che c’è tra una calcolatrice e uno smartphone. La calcolatrice fa una cosa e la fa bene. Mentre con uno smartphone tu hai una calcolatrice come app e anche tante altre app. Puoi ascoltare musica, navigare su Internet e fare altre cose. Così Ethereum ha aumentato il potere del sistema», Vitalik usa questa similitudine in un’intervista su Business Insider per spiegare le differenza tra Blockchain ed Ethereum.

Grazie alla sua adattabilità a più usi (creazione di token, rilascio di ICO, applicazioni centralizzate, fino agli usi politici, come piattaforma di voto…) Ethereum diventa un punto di riferimento per gli sviluppatori di tutto il Pianeta.

Un genio timido

 

In Silicon Valley si fa spesso un paragone, tra due geni di queste generazione. Da una parte Mark Zuckerberg, dall’altra Vitalik Buterin: «Mentre di Mark si vocifera che si sia montato la testa, Vitalik è rimasto un ragazzo umile e timido, con evidenti difficoltà a relazionarsi con gli altri», racconta a Startupitalia!, Lorenzo Rigatti, manager della blockchain e fondatore di RealHouse Srl, una piattaforma che lavora per sviluppare tecnologie per tokenizzare gli immobili.

Lorenzo ha conosciuto Vitalik alla San Francisco Blockchain Week nel 2018 e gli ha fatto qualche domanda sul futuro di Ethereum: «Ci parli pochi minuti e ti rendi conto subito di essere di fronte a un genio. Un ragazzo molto garbato, sembra aver fatto dei corsi di bon ton, parla sempre a bassa voce e sa dare molto spazio agli altri membri del management di Ethereum, di cui non perde occasione per riconoscerne l’importanza».

«È molto critico di se stesso – continua Lorenzo –  e vuole cambiare davvero al mondo. Oggi sta lavorando a due importanti trasformazioni di Ethereum, sempre con la volontà di non perdere mai di decentralizzazione, è ossessionato da questo aspetto».

Il futuro di Etherum: da POW a POS e i contratti davvero smart

Vitalik e il team di Ethereum sono a lavoro su una trasformazione complessa quanto affascinante, il passaggio da POW (proof of work) a POS (proof of stake).

Per i profani, POW e POS sono i meccanismi per garantire il consenso sulla blockchain e per aggiungere blocchi alla catena. Nel POW,  i validatori delle transazioni vengono remunerati con la creazione di nuovi bitcoin (l’attività di mining) e con le fee sulle transazioni.  Nel POS, invece, ai validatori viene congelato un certo ammontare di criptovaluta. In caso di tentativi scorretti (es. la validazione di operazioni fraudolente), perdono una parte o tutto l’ammontare congelato. Cosa ci guadagnano? Ottengono percentuali sulla transazione validata.

A differenza del POW che richiede una grande percentuale di energia elettrica per realizzarsi, il POS è più economico e rispettoso dell’ambiente: «Sarà un cambiamento epocale e Vitalik sa che per realizzarlo deve superare tanti dubbi della community. Non è la sua unica sfida, l’altra si chiama smart contract per sua stessa ammissione ora non sono poi “così smart”. Il team è a lavoro per rendere ogni tipo di contratto traducibile in smart contract, mentre oggi esistono tante sfere contrattuali che non sono ancora adattabili al sistema», spiega Lorenzo.

Sono queste le due sfide maggiore che Vitalik dovrà superare per coronare il suo sogno di dare vita alla nuova Internet della fiducia: «Ethereum ambisce a diventare un punto di riferimento per tutte le startup che lanciano progetti blockchain, e diventerà sempre più integrabile in ogni modello di business», conclude Lorenzo.

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