Gogobus, dal pivoting alla campagna di equity per diventare la Flixbus degli eventi - Startupitalia
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Ultimo aggiornamento il 17 luglio 2019 alle 10:03

Gogobus, dal pivoting alla campagna di equity per diventare la Flixbus degli eventi

La startup della sharing mobility cerca investimenti in equity crowdfunding per espandersi in Francia e Spagna

“Di strada ne hanno fatta”. Un’espressione ancora più azzeccata visto che la startup in questione si chiama GoGoBus e di chilometri, con il suo servizio di sharing, ne ha fatti percorrere tanti ai suoi utenti: «Sono circa 25mila passeggeri, con un giro d’affari di 1,1 milioni di euro e 500 autobus riempiti», spiega a Startupitalia, Alessandro Zocca, ceo e cofounder della startup che mette insieme passeggeri che sono diretti alla stessa meta. Così lasciano l’auto a casa, inquinano di meno, e si stressano di meno.

«Abbiamo dovuto cambiare rotta. Avevamo un modello di sharing classico, ma poi è arrivato Flixbus sul mercato, con dei capitali che noi ci sognavamo. Allora abbiamo dovuto scegliere velocemente, se cambiare o morire. Abbiamo scelto di cambiare».

Quando fare pivoting è una necessità

L’ingresso sul mercato di Flixbus ha costretto la startup a cambiare velocemente modello di business: «Ci siamo lanciati sugli eventi. oggi colleghiamo grandi città con sedi di concerti, eventi, fiere, ma anche parchi di divertimento. Oltre a questo, ci occupiamo dello scouting degli eventi da coprire, della progettazione degli itinerari e di tutte le attività di marketing e vendita dei biglietti».

Oltre a questo, come ci racconta Alessandro, il modello di sharing, con l’assenza di intermediari tra persone, ha mostrato alla lunga di non funzionare:  «Basta guardare a quello che è successo a Blablacar che recentemente ha lanciato un servizio di autobus, modello Flixbus. Ma anche all’evoluzione di Sharewood che da peer to peer, si è trasformato in un marketplace. Insomma, la sharing funziona meglio se l’intermediario offre qualcosa di organizzato, con dei vincoli più precisi. Almeno sulla base della nostra esperienza».

Un settore con numeri promettenti

La “salsa magica” della startup, per dirla alla Guy Kawasaki,  sono algoritmi proprietari di intelligenza artificiale che automatizzano il processo di prenotazione e favoriscono il matching tra utente ed evento: «Grazie all’automazione e all’inventiva (abbiamo scommesso su tratte molto difficili, come quelle dall’Abruzzo) siamo cresciuti in tre anni del 46%. Anche se i numeri ci hanno dato ragione, siamo convinti che ci sia ancora tantissimo da fare. Il bus resta uno dei servizi di trasporto migliori, più economici e veloci».

Anche i numeri del mercato sorridono ad Alessandro e al suo team. La sharing mobility è cresciuta nel 2018. Secondo il rapporto dell’Osservatorio sulla Sharing Mobility (che puoi scaricare qui), sono 5,2 milioni gli italiani che hanno scelto servizi di mobilità condivisa, un milione in più rispetto al 2017, mentre cresce l’offerta, 363 aziende nel 2018, oltre 100 in più rispetto a quelli presenti nel 2015, con un tasso di crescita del 12% l’anno.

Dati che vanno a sposarsi con quelli relativi al noleggio autobus, un settore che può contare in Italia su 2.2 miliardi di fatturato e 7 milioni di persone che prendono il pullman annualmente.

Il sogno di diventare la Flixbus degli eventi

Gogobus guarda oggi al presente e al prossimo futuro che si chiama equity crowdfunding. La startup ha lanciato una raccolta sul sito Opstart, con due target di raccolta, 100 e 400mila euro:

«Con i soldi che puntiamo di raccogliere, vogliamo espanderci anche sul mercato europeo, partendo dalla Francia e dalla Spagna, diventando la Flixbus degli eventi. Inoltre, potenzieremo i nostri algoritmi e inseriremo in un unico sistema tutti i dati provenienti dalle varie piattaforme di marketing, per gestire al meglio i big data raccolti in questi quattro anni di attività».

Alessandro e il suo team, inoltre, investiranno in marketing e nello sviluppo di agenzie offline e ambassador, perché “non tutti sono pronti alle transazioni online”.

Un consiglio: «Un modello lean più strutturato»

Alessandro racconta quello che ha imparato nei primi tre anni della sua startup:  «”Non avere troppa fretta di partire, ma parti in  fretta”, non è solo un gioco di parole. Devi lanciarti sul mercato quando ha un’infrastruttura già un gran parte definita. Se parti invece con un mvp troppo debole, sarà poi difficile operare correzioni in corsa. Insomma, quello di cui hai bisogno è un modello lean, ma già un po’ strutturato»

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