Xtribe, la "piccola" italiana del social commerce che punta Wall Street immagine-preview

Lug 22, 2019

Xtribe, la “piccola” italiana del social commerce che punta Wall Street

L'azienda marchigiana, 30 dipendenti, ha appena incassato il semaforo verde della SEC. Una strada difficile, quella della quotazione, ma che può riservare molte soddisfazioni

“La sede principale dell’azienda è a Londra, nel mirino c’è l’America ma il cuore tecnologico resta a Pesaro”. Fermarsi non è un’opzione. Xtribe, startup italiana del commercio online, pensa in grande. In vista ci sono gli USA e la quotazione al NYSE   (New York Stock Exchange, insomma, a Wall Street). Una scelta, quella di  andare in Borsa, controcorrente e che può sembrare assurda per una realtà tutto sommato piccola (fattura circa cinquecentomila euro, dati 2018) ma che racchiude tutta la voglia di rischiare tipica di chi vuole provarci sul serio.

 

Mattia Sistigu, oggi direttore operativo, ha avviato l’azienda nel 2012 assieme al socio Enrico Dal Monte. Social commerce, geomarketplace, chiamatela come volete, il senso non cambia: in un mondo dove la virtualità è diventata un valore, qualcuno prova a fare il percorso inverso e a scommettere su un ritorno al futuro, quello al negozio di quartiere.

 

“Grazie alle possibilità offerte dalla geolocalizzazione, presentiamo ai nostri utenti sul cellulare prodotti e servizi offerti nelle vicinanze – spiega a StartupItalia  il co-fondatore – Del resto, un assunto del marketing recita più o meno che la vicinanza tende a far muovere le persone”.  L’applicazione è stata capace di attirare l’attenzione di Philip Kotler, ottantottenne guru del marketing,  che ha citato l’azienda nel suo “Retail 4.0”, accreditandola come una delle realtà più interessanti del panorama internazionale.

 

 

Sistigu, come mai la scelta di quotarsi in America? Significa sottostare a regole rigide, avere meno libertà di manovra, e voi non siete neanche tanto grandi.

La strategia è stata studiata dal mio socio e amministratore delegato  di Xtribe, Enrico Dal Monte. Si tratta indubbiamente di un percorso di crescita difficile nella fasi iniziali perché ci si confronta con normative stringenti. E’ la posta in palio che ci ha portato a tentare: una volta superato lo scoglio della quotazione, la percezione di affidabilità di un’azienda aumenta, e questo rende più semplice trovare investitori, dato che la società è già stata sottoposta a tutte le verifiche del caso. L’America è stata scelta per l’ecosistema digitale, che lì è molto sviluppato.

 

Avete già cominciato a muovervi?

La SEC (Securities and Exchange Commission, la Consob americana, ndr) ci ha appena dato via libera, che è il primo passo dell’iter. Penso che entro la fine dell’anno sia realistico completare l’operazione.

 

Racconti in breve la sua applicazione.  

Su Xtribe si possono vendere, scambiare o barattare prodotti e servizi: dagli occhiali al taglio di capelli, dal drink a una prestazione di recupero crediti. Ma questo, inutile negarlo, si può fare anche altrove. Quello che ci rende speciali è l’attenzione posta sulla geolocalizzazione: proponiamo affari a pochi passi dagli utenti spingendoli a visitare fisicamente gli store, e a toccare con mano i potenziali acquisti. Il prodotto dei sogni non è sempre oltreoceano.

 

Insomma, si torna all’antico, a un’epoca – sembra secoli fa – dove era normale sentire il tintinnio del campanello quando si entrava in negozio e si veniva accolti con un sorriso, invece che da un customer service.

Si. L’idea è piaciuta anche oltreoceano, così il mio socio ha iniziato un lungo lavoro di networking per provare a entrare nel mercato statunitense. Superare la revisione della SEC è stata dura, ma ormai è fatta. Dopo la quotazione, partiremo con lo sviluppo commerciale proprio da New York, un test importante.

 

 

Quando nasce l’azienda? E qual è il vostro modello di business?

Xtribe è nata nel 2012, ma l’app è online solo dal 2015, un lasso di tempo necessario a “mettere a terra” l’idea e ad aspettare che la tecnologia che ne è alla base fosse matura e disponibile a un pubblico vasto. Il nostro modello di business non prevede commissioni: si tratta di un servizio in abbonamento. I negozianti pagano una quota mensile per essere presenti nella vetrina e possono acquistare anche una serie di servizi pubblicitari che garantiscono maggiore visibilità. Gli utenti privati, invece, hanno a disposizione 6 slot gratuiti per vendere tutto quello che desiderano. È la massa critica che permette al meccanismo di funzionare.

 

Siete già presenti all’estero?

La società madre ha sede legale a Londra, e controlla  sia quella italiana che quella statunitense. Ma il cuore dell’azienda, ci tengo a dirlo, resta a Pesaro, dove abbiamo una trentina di dipendenti assunti con contratti a tempo indeterminato.

 

 

Parliamo di numeri.

Settecentomila download fino a oggi, cinquemila store. Cinquecentomila euro di fatturato nel 2018.

 

In quali città siete più forti in Italia?

Milano e Roma. Inutile negarlo, il nostro habitat naturale sono le grandi città.

 

È il momento di pensare in grande.  Se la quotazione riuscisse, quali sono i progetti per l’immediato?

La IPO è la priorità del momento, poi cominceremo a lavorare per aprire il mercato americano partendo proprio da New York. Ma naturalmente, non trascuriamo l’Italia: vogliamo consolidare e aumentare la nostra quota di mercato qui, dove siamo nati. Ormai abbiamo una expertise che ci consente di sapere con sufficiente approssimazione quanto ci costa acquisire un singolo store: quando arriveranno le risorse potenzieremo per prima cosa la rete commerciale.

 

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