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Ultimo aggiornamento il 6 novembre 2019 alle 15:28

SoftBank ha perso 8,9 miliardi. A zavorrarla Uber e WeWork

Trimestrale nerissima per il colosso nipponico che scommette su startup ad alto tasso di crescita con tecnologie disruptive come robotica e intelligenza artificiale

Pessime notizie per il colosso nipponico SoftBank che registra un tonfo di proporzioni allarmanti da 8,9 miliardi di dollari. La causa? Investimenti errati nel campo della tecnologia. A zavorrare la realtà guidata dal magnate giapponese Masayoshi Son che, come è noto, ha puntato tutto sul finanziamento di startup dalla crescita rapidissima (spesso quasi miracolosa), proprio quelle che sarebbero dovute essere le gemme più preziose della cassaforte: Uber e WeWork.

Prima trimestrale in perdita in 14 anni

Così SoftBank, che più volte gli analisti negli anni avevano dato in crisi, è costretta ad ammettere l’inciampo. Il primo in 14 anni di costante salita. E che inciampo: nel periodo luglio-settembre per il fondo strumentale di investimenti Vision Found si sono volatilizzati 970 miliardi di yen (pari a 8,9 miliardi di dollari), a fronte di una perdita operativa da 704 miliardi di yen (6,5 miliardi di dollari) contro un +706 miliardi di yen dell’anno prima e di una previsione degli analisti che, seppur fosca, si fermava a vaticinare la perdita di 48 miliardi di yen.

Le cause del tonfo SoftBank

Le cause sono rintracciabili negli investimenti fatti nel settore tecnologico, principalmente legati al calo delle valutazioni di Uber e WeWork. Del resto, che il salvataggio della startup del co-working, travolta dai debiti, non sarebbe stato indolore, Masayoshi Son lo sapeva benissimo, anche se probabilmente non si attendeva certo risultati così pesanti. Lo scorso ottobre SoftBank aveva valutato WeWork 8 miliardi di dollari (spendendone globalmente oltre 10 per la ristrutturazione). Soltanto a gennaio l’ultimo funding della startup era stato pari a 47 miliardi mentre ancora in piena estate JpMorgan e Goldman Sachs, le due banche capofila della Ipo di WeWork, (che poi saltò lo scorso 17 settembre proprio per l’esposizione debitoria), la valutavano circa 20 miliardi. Tutto questo mentre la startup del coworking metteva alla porta oltre 2mila dipendenti.

 

Ma anche Uber, è noto da più tempo, non naviga in buone acque. Soltanto 24 ore fa ha riportato un rosso da oltre un miliardo di dollari nonostante il balzo del 30 per cento dei ricavi, con perdite nette in crescita del 18% a 1,16 miliardi di dollari dai 986 milioni di dollari di un anno fa. E ora si palesa l’incognita saudita. Vision Fund è infatti un fondo da 100 miliardi di dollari che ha tra i suoi principali sostenitori investitori sauditi, ma dati i numeri di queste ore bisognerà vedere se dalla penisola araba continuerà a fluire cash in direzione dell’arcipelago nipponico. Un dubbio che, oltre a mettere a rischio la nascita dell’annunciato fondo gemello voluto dalla business strategy di Son, potrebbe addensare inquietanti nubi sulla sopravvivenza dell’intera operazione.

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