Il Dpcm lascia troppe aziende aperte. Sindacati minacciano scioperi

Ultimo aggiornamento il 23 marzo 2020 alle 10:34

Il Dpcm lascia troppe aziende aperte. Sindacati minacciano scioperi

Cgil, Cisl e Uil minacciano la mobilitazione fino allo sciopero in settori non essenziali e chiedono di essere ricevuti al Mise e al Mef

Per i sindacati la decisione del Governo di allentare le maglie del dpcm annunciato sabato sera via Facebook da Giuseppe Conte e poi presentato soltanto 20 ore dopo con importanti modifiche è una concessione intollerabile a Confindustria che mette a rischio la salute dei lavoratori. Per questo, con riferimento ai “settori aggiunti nello schema del decreto che non rispondono alle caratteristiche di attività essenziali” minacciano “iniziative di lotta e di mobilitazione fino alla proclamazione dello sciopero”.

I segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Maurizio Landini, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo

Il film dei due giorni che hanno portato al dpcm

Che cosa è successo? Lo si può intuire solo sulla base delle note ufficiali e delle voci ufficiose che si rincorrono attorno a Palazzo Chigi. Sabato il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, restio a procedere con il lock down totale del Paese, ma pressato dalle richieste dei presidenti di Regione del Nord, ha incontrato i sindacati per decidere quali aziende porter chiudere. Dell’esito di quella riunione abbiamo la testimonianza di un post sulla bacheca della pagina Facebook della Cgil:

Dopo il vertice di questo pomeriggio, il presidente del Consiglio e il governo accolgono le richieste avanzate da Cgil, Cisl e Uil. Chiuse tutte le produzioni su tutto il territorio nazionale che non sono essenziali. Un ulteriore atto di responsabilità per salvaguardare la salute di lavoratori e lavoratrici e dell’intero Paese. Uniti ce la faremo.

 

 

La lettera di Confindustria

Non sono d’accordo gli industriali che, nella notte tra sabato e domenica, subito dopo aver sentito da Conte, sempre via Facebook, l’elenco delle aziende che potranno restare aperte, prendono carta e penna per inoltrargli un appello: «Gentile Presidente, stiamo affrontando con senso di responsabilità la decisione assunta ieri dal Governo di ampliare il perimetro delle misure di contenimento alla sospensione delle attività produttive – scrive Vincenzo Boccia, numero 1 di Confindustria – . Come potrà immaginare, riceviamo in queste ore centinaia di sollecitazioni dalla nostra base associativa, cui stiamo offrendo tutto il supporto possibile, in linea con le informazioni disponibili e il confronto avuto ieri sera, di cui torno a ringraziarLa. In questo contesto, mi preme ribadire l’esigenza di contemperare la “stretta” decisa ieri con alcune esigenze prioritarie del mondo produttivo».

Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte

In particolare, Confindustria chiede di «assicurare la possibilità, mediante un provvedimento ministeriale successivo al Dpcm o con un’altra modalità estremamente “snella”, di ampliare o precisare i codici esclusi dal blocco; e quindi in ogni caso, far riferimento non solo ai singoli codici ma alle macro-classi e alle note esplicative della tabella ATECO 2007, note nelle quali sono indicate con maggior dettaglio molte produzioni rilevanti». Un ampliamento delle deroghe, insomma, per aumentare il numero delle aziende che continueranno a produrre.

Il dpcm sparisce dai radar

La lettera di Boccia fa presa sul Governo. Come si diceva, lo stesso premier, riportano fonti di Palazzo Chigi, non è mai stato a favore della difficile scelta di chiudere tutto il Paese. Il dpcm, annunciato nella notte, per tutta la giornata di domenica sparisce dai radar. Un ritardo sospetto, che irrita i sindacati. A fine giornata minacciano: “A differenza di quanto indicato ieri dal Governo alle parti sociali ed al Paese, in queste ore sembrerebbe avanzare l’ipotesi che, nel decreto in discussione, l’Esecutivo intenda aggiungere all’elenco dei settori e delle attività da considerare essenziali nelle prossime due settimane per contenere e combattere il virus Covid-19, attività produttive di ogni genere”.

 

 

“Se tali notizie fossero confermate – scrivono in una nota congiunta i segretari generali di Cgil, Cisl e Uil, Maurizio Landini, Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo -, a difesa della salute dei lavoratori e di tutti i cittadini, Cgil, Cisl e Uil, sono pronte a proclamare in tutte le categorie d’impresa che non svolgono attività essenziali lo stato di mobilitazione e la conseguente richiesta del ricorso alla cassa integrazione, fino ad arrivare allo sciopero generale”.

Le nuove deroghe del dpcm e la minaccia di sciopero

Il dpcm fantasma riappare in serata. La lista delle deroghe è, a colpo d’occhio, assai più lunga rispetto alle prime dichiarazioni di Conte e alla bozza circolata in giornata. Furibondi i sindacati, che ora minacciano “tutte le iniziative di lotta e di mobilitazione fino alla proclamazione dello sciopero”. Chiedono, inoltre, un incontro urgente al Ministero dello sviluppo economico e al Ministero dell’economia e delle finanze finalizzato a modificare l’elenco di codici Ateco contenuti nell’allegato 1 al DPCM del 22 marzo 2020. “Il Dpcm e lo schema allegato firmato oggi 22 marzo dal Presidente del Consiglio e dal Ministro della Salute non tiene conto – accusano – se non in modo molto parziale delle istanze e delle necessità che abbiamo posto all’attenzione dell’Esecutivo, prevedendo una serie molto consistente di attività industriali e commerciali aggiuntive rispetto allo schema iniziale presentato dal Governo, per gran parte delle quali riteniamo non sussistere la caratteristica di attività indispensabile o essenziale”.

Boccia: “Col decreto perderemo 100 miliardi al mese”

Ma il dpcm continua a scontentare anche Confindustria. “Con questo decreto si pone una questione che dall’emergenza economica ci fa entrare nell’economia di guerra”, è tornato a ripetere stamattina Boccia. «Il 70% del tessuto produttivo italiano chiuderà. Se il Pil è di 1800 miliardi all’anno vuol dire che produciamo 150 miliardi al mese, se chiudiamo il 70% delle attività vuol dire che perdiamo 100 miliardi ogni 30 giorni», ha avvertito il presidente di Confindustria.

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