Come rispondono le startup italiane al Coronavirus. La nostra indagine
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Ultimo aggiornamento il 29 aprile 2020 alle 14:53

Come rispondono le startup italiane al Coronavirus. La nostra indagine

Vi abbiamo chiesto qualche settimana fa di rispondere ad alcune domande su come le startup stanno affrontando la crisi. Ecco che cosa è emerso

La crisi ha costretto a chiudere temporaneamente i battenti un terzo delle nostre startup, con un contraccolpo non solo economico, ma anche psicologico avvertito in maniera chiara da 3 aziende su 4. È quanto emerge dal questionario che StartupItalia vi ha chiesto di compilare, e a cui oltre 600 di voi hanno risposto. La grandissima parte delle schede provengono da amministratori delegati e founder: soggetti che hanno, cioè, il polso della situazione, e possono essere ritenuti un termometro attendibile.

 

La fotografia è quella di un ecosistema che resiste, certo, ma moralmente è già fiaccato da un’emergenza inaspettata. La resilienza da imprenditore aiuta a tenere botta: ma se alle difficoltà dei primi tempi si somma il portato del virus, anche il morale dei più ottimisti comincia a cedere. Questa situazione può essere l’anticamera di una ripresa, o definire l’attimo immediatamente precedente al crollo.

 

Molto dipenderà dai tempi e dalle modalità di reazione dello Stato, dell’Europa e del sistema bancario. La percezione, a questo riguardo, è quasi completamente negativa. Ma conteranno sempre più anche il sostegno dell’entourage –  dipendenti e familiari – e la capacità di continuare a formarsi per andare incontro a nuove sfide e ai cambiamenti. E non manca chi dalla crisi pensa persino di guadagnarci, non sempre in maniera deteriore. Lo vedremo in dettaglio.

 

Ma prima, corre l’obbligo di una premessa metodologica: la nostra survey non si contrappone a quelle degli istituti di ricerca. Il campione è composto dalle aziende del network di StartupItalia che hanno deciso di rispondere spontaneamente: non c’è stata, quindi, la fase di selezione a priori di un campione rappresentativo che contraddistingue le rilevazioni professionali. L’obiettivo era, da principio, semplicemente quello di  suggerirci qualche spunto di riflessione. A nostro parere è stato raggiunto. Grazie per averci messo a parte delle vostre sensazioni, cercheremo di farne buon uso.

 

Covid 19, abbandonati nel mare in tempesta

I principali problemi riscontrati dalle imprese dell’ecosistema che ruota attorno a StartupItalia sono stati (prevedibilmente) la crisi di liquidità (53,2%) e il calo dei consumi (45,3%). Seguono a distanza la difficoltà a convertire il business (24,2%) e mancanza di chiarezza sulle normative (22,4%).

 

Poco meno della metà (circa il 44, 2%) degli intervistati si sente ancora positivo a due mesi dall’esplosione del virus Sars-CoV2, ma convivono sentimenti di frustrazione (25,4%), paura di fallimento (24,2%), necessità di prendere decisioni drastiche (20,8%), dipendenti scoraggiati (20,8%). Per qualcuno c’è addirittura insonnia (10,8%).

 

 

Colpisce che tre imprenditori su 4 (il 75,6%) non si siano sentiti supportati: tra questi, il 32,6% si è sentito abbandonato su tutti i fronti mentre quasi la metà (43%) ha avvertito un supporto almeno parziale. Non dalle istituzioni, però: scarso il sostegno percepito da parte di quelle nazionali (Governo, 8,3%) e ancor meno da quelle locali (3,1%). Forte, invece, il supporto fornito dalla rete informale composta da familiari (28,1%) e collaboratori (25,2%), che finora pare aver retto.

 

Proprio la squadra, nodo fondamentale, era il focus di una delle domande: il morale dei collaboratori nella maggior parte dei casi è stato giudicato parzialmente ottimista dagli intervistati (43,7%): ma quasi altrettanti (41,2%) ritengono che, invece, a prevalere sia l’incertezza. Un problema serio, perché come visto poco sopra le energie che consentono a chi sta in cabina di regia di resistere arrivano in buona parte dai collaboratori.

 

Risvolti positivi cercasi

Risvolti positivi nella crisi Covid19? Trovarli è possibile per il 91,4% degli intervistati. Ci sono, ad esempio, le possibilità offerte dal cambiamento delle abitudini di consumo (e quindi del mercato, 37,4%) e una sorta di selezione naturale delle imprese migliori (34,8%). Secondo un questionario su 3, in poche parole, la crisi potrebbe rappresentare un banco di prova in grado di testare strategie e modelli di business.

 

Ci sono, però, anche aspetti nettamente più prosaici.  Il risparmio su trasporti e pranzi, ad esempio (33,5%), ma anche la maggiore concentrazione dovuta al lavoro da casa (28%) e una maggior disponibilità di momenti da dedicare a sé stessi (25,3%). Emerge, poi, un dato interessante: meno tempo speso in riunioni viene salutato con favore da un imprenditore su cinque (il 20,9%). Si tratta, a nostro avviso, di un aspetto su cui riflettere.

 

Il boom della formazione

Se guardiamo a come le aziende si stanno preparando a cogliere le opportunità, appare chiaro che per molti il primo passo è dedicarsi alla formazione per parare il colpo e ripartire, anche meglio di prima. Quasi la metà di chi ha risposto (il 46,5%) dichiara di studiare più di due mesi fa, mentre il 33,8% si tiene al passo partecipando a webinar e iniziative online. Non solo: al 37,2%la crisi ha permesso di migliorare il proprio modello di business, regalando tempo e distacco necessario per rivedere strategie e obiettivi.

 

“Come vedi la tua azienda nei prossimi 6-12 mesi?” Domanda forte, senza dubbio. Se un imprenditore su cinque (il 22,7%) crede che tutto andrà bene, il 18 % dichiara che, addirittura, dall’emergenza potrebbe guadagnarci. A far da contraltare, quasi uno su due (il 40% circa) teme di perdere fatturato, e, tra questi, la metà (cioè il 22,6%) si prepara a tempi grami (perdita di oltre metà fatturato).

 

Aiuti di Stati  e credito per incassare il colpo

Capitolo interessante quello sui driver per uscire dalla crisi. Gli startupper della nostra community puntano su aiuti di Stato (41,2%), aiuti dall’Europa (39,2%), credito da parte delle banche (33,8%), fiducia nel team di lavoro (31,8%). Seguono, con distacco, investimento in formazione (21,1%), investimento in capitale (17%), spending review interna (11,4%) e investimento in pubblicità (11,4%).  Per quanto riguarda, invece, le richieste specifiche al Governo, oltre ai sussidi, il consiglio per Palazzo Chigi è puntare sulla digitalizzazione (40,5%). Ma addirittura un terzo risponde che potrebbe essere utile rivedere la legislazione sul lavoro.

 

Smart working, tra infrastrutture e organizzazione

Infine, lo smart working, tema ormai di stretta attualità: a ottobre erano meno di 600mila ad applicarlo in Italia, rilevava l’Osservatorio del Politecnico di Milano. Oggi, secondo stime recenti, sarebbero ben otto milioni i lavoratori che operano da remoto. L’importanza del tema è legata anche al fatto che, nella cosiddetta Fase 2, la riapertura sarà progressiva: chi può, quindi, è invitato a continuare a lavorare da casa per alleggerire il sistema dei trasporti ed evitare i famosi assembramenti.

 

Nove aziende su dieci hanno già utilizzato procedure di questo tipo: sull’efficacia, le opinioni si dividono. Mentre la metà degli intervistati pensa che il lavoro “in esterna” sia sempre una risorsa utile per l’azienda, il 38,7% crede che possa esserlo solo a patto di avere una strategia. Esiste anche un 9,9% convinto che non serva alla propria azienda, una quota fisiologica che potrebbe dipendere dal tipo di business.

 

Le difficoltà più frequenti? Le risposte, in questo caso, sono polverizzate, e questo rende difficile l’identificazione di linee di azione valide. Solo due le affermazioni su cui si registra un accordo di una certa rilevanza: l’assenza  connessione veloce (22,9%) e la mancanza di coordinamento in azienda (16,6%).

 

Come tradurre in pratica questo suggerimento? Ovviamente, fornendo un’infrastruttura valida alle zone che ne sono sprovviste. Ma hardware e software non bastano.  In mancanza di  formazione adeguata, le potenzialità della Rete, ormai è chiaro, vengono sfruttate solo in minima parte. Un ripensamento strategico può essere avviato anche a emergenza in corso. C’è un altro motivo per pensarci seriamente: oltre a un potenziale incremento di produttività, smart working e turnazione comportano un vantaggio economico legato alle minori necessità di spazio, che porta a una riduzione, dei costi fissi di affitto. Molte aziende lo hanno già fatto. Perché non considerarlo?

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