Riccardo Palmisano (Assobiotec): “La pandemia ha reso evidente l’importanza degli investimenti nella scienza” - Startupitalia

Ultimo aggiornamento il 4 giugno 2020 alle 9:47

Riccardo Palmisano (Assobiotec): “La pandemia ha reso evidente l’importanza degli investimenti nella scienza”

Mai come ora emerge l’importanza di un settore come quello del biotech. Inizia oggi un percorso con Assobiotec che ci porterà - attraverso racconti, interviste, dirette social, proposte programmatiche - a un grande evento in autunno

C’è un settore che, durante l’emergenza Covid-19, è stato in prima linea per permettere al Paese di venir fuori dall’emergenza prima, e per poter cominciare a rialzare la testa dopo. Stiamo parlando delle aziende che lavorano in ambito biotecnologico e che proprio in questi mesi sono state un motore importante su cui puntare. Diagnostica, vaccini, terapeutici: la capacità da parte di tante piccole e medie imprese di offrire una risposta all’emergenza nasce dalle solide basi che sono state poste in passato.

Il rapporto di Assobiotec e Enea

Il settore delle biotecnologie è cresciuto in modo costante in questi anni. Lo rileva il nuovo rapporto su “Le imprese di biotecnologie in Italia”, realizzato grazie alla collaborazione tra Assobiotec ed ENEA. Gli investimenti in Ricerca e Sviluppo biotech superano i 770 milioni di euro nel 2018, con una crescita di oltre il 7% rispetto al 2016 e del 25% rispetto al 2014. Le imprese dedicate alla Ricerca e Sviluppo biotech in Italia sono 208, di cui il 92% è a capitale italiano. Fra il 2017 e il 2019 sono state registrate oltre 50 nuove startup innovative nelle biotecnologie.

Il biotech è motore strategico sia per le Scienze della Vita, che valgono oltre il  10% del PIL nazionale, sia per la Bioeconomia che, anch’essa supera nel suo complesso il 10% del PIL nazionale. Secondo le stime dell’OCSE nel 2030 le biotecnologie avranno un peso enorme nell’economia mondiale: saranno biotech l’80% dei prodotti farmaceutici, il 50% dei prodotti agricoli, il 35% dei prodotti chimici e industriali, incidendo complessivamente per il 2.7% del Pil globale. Decisamente un settore su cui un Paese come l’Italia deve puntare, non perdendo altro tempo per non accumulare ulteriore ritardo rispetto ai Paesi concorrenti.

Racconto della potenzialità del biotech. Un nuovo progetto per StartupItalia

“Se vogliamo che il biotech diventi una catapulta per la ripartenza dobbiamo rendere il nostro Paese attrattivo per gli investimenti”, ha  Riccardo Palmisano, presidente di Assobiotec. Lo abbiamo intervistato per farci raccontare il suo punto di vista su uno dei settori di cui abbiamo cominciato a comprenderne pienamente l’importanza solo pochi mesi fa ma che proprio grazie alla sua capacità di migliore la vita delle persone e alla eccellenza delle risorse che vi lavorano è senz’altro un asset su cui puntare nei prossimi anni.

A questo proposito inizia proprio da qui un progetto che ci porterà come StartupItalia a raccontare la scienza, il biotech e le aziende che vi lavorano attraverso un percorso fatto di articoli, dialoghi e interviste online, e un grande evento a novembre 2020 che avrà al centro proprio il rapporto delle persone con il biotech con risposte concrete per rendere il settore competitivo. Non solo, lavoreremo con Assobiotec e gli stakeholder del settore a costruire un paper che conterrà un insieme di proposte programmatiche utili alle aziende e al sistema Paese, che rendere più fruibili e tangibili potenzialità e risultati di questo comparto che non potrà che avere un’importanza strategica nel prossimo futuro.

 

L’intervista

Partiamo da una sua affermazione: «Fra emergenza coronavirus e ricerca di soluzioni per una nuova ripartenza sostenibile le biotecnologie stanno mostrando il determinante contributo in grado di offrire a livello globale». Alla luce del rapporto che avete diffuso da poco e che mostra numeri davvero interessanti, ci può illustrare qual è il ruolo delle biotecnologie e perché è determinante?

 

Le biotecnologie rappresentano oggi un motore insostituibile sia nelle scienze della vita (biotecnologie, farmaceutica e tecnologie biomediche) sia per la Bioeconomia, due settori che valgono nel complesso oltre il 20% del PIL nazionale. Secondo le stime dell’OCSE nel 2030 il biotech avrà un peso enorme nell’economia mondiale: saranno biotech l’80% dei prodotti farmaceutici, il 50% dei prodotti agricoli, il 35% dei prodotti chimici e industriali, incidendo complessivamente per il 2.7% del PIL globale. Dati e numeri che mostrano chiaramente la rilevanza strategica di questa tecnologia pervasiva, applicata a tanti settori industriali. L’Italia del biotech ha le sue eccellenze, ma è importante che il Paese capisca che è un settore su cui puntare per non accumulare ulteriore ritardo rispetto ai Paesi concorrenti.

 

 

Crede che l’esplosione della pandemia abbia cambiato il modo in cui si guarda il mondo della scienza? Crede che aumenteranno gli investimenti pubblici e privati?

 

Per dare una risposta secca, sì: non ricordo di aver mai visto in 35 anni di lavoro un periodo in cui scienza, ricerca e innovazione sono state guardate con un occhio così positivo nel nostro Paese, Credo che la pandemia ci abbia insegnato in modo chiaro alcune cose: in primis che gli investimenti in ricerca e innovazione sono fondamentali: essere fermi all’1,3% del PIL rispetto al 3% individuato dal Manifesto di Lisbona per il 2020 non è un risparmio, ma significa avere perso significative opportunità di crescita per il Paese. In secondo luogo che la collaborazione pubblico-privato funziona: è dunque importante non perdere l’occasione per rendere questo modello permanente. Ancora, che lentezze burocratiche, regole farraginose e frammentazione sono i nemici numero uno della velocità d’azione che, nei settori ad alta tecnologia globalizzati come il biotech, rappresenta un elemento vitale. E infine, quanto sia importante per un Paese industrializzato come il nostro disporre, oltre che della “conoscenza”, anche di strutture ed infrastrutture strategiche e di come sia perciò fondamentale agire per favorirne l’attrazione e la nascita. Accanto ai temi della salute, questa pandemia, ha evidenziato anche la necessità di costruire un futuro più pulito e più sostenibile, con una maggiore efficienza sia nella filiera agro alimentare che in quella energetica, con risparmio di aria, suolo e acqua. E in questo le biotecnologie possono dare un contributo chiave. In considerazione di tutto questo, mi auguro che si possa ripartire, tutti insieme, da questi insegnamenti, non solo per lo sviluppo del settore, ma soprattutto per il rilancio dell’economia e dell’occupazione di un Paese oggettivamente in ginocchio dopo il lock down.

 

Tra il 2017 e il 2019 sono state registrate oltre 50 nuove startup innovative attive nelle biotecnologie. Pensa che sia questo il settore su cui puntare per tanti giovani che oggi vogliono provare il percorso imprenditoriale?

 

Le startup biotech nazionali hanno idee e progetti interessanti, ma troppo di frequente studi e ricerche rimangono in ambito accademico, incapaci di trasformarsi in brevetti, prodotti o processi. Le cause sono diverse: certamente un fattore culturale, ma anche una scarsa capacità sia nell’area del trasferimento tecnologico che in quella immediatamente conseguente dell’attrazione degli investimenti nel nostro Paese. Come Assobiotec cerchiamo di dare un supporto a queste realtà innovative lavorando su richieste di policy che possano permettere a startup e PMI di crescere e svilupparsi. In particolare sono due i temi sui quali stiamo focalizzando le nostre attività: il trasferimento tecnologico e il supporto all’innovazione con misure incentivanti quali il patent box, il credito d’imposta per la R&S, pacchetti di agevolazioni e contributi a fondo perduto, solo per citarne alcuni. E con l’obiettivo di fare incontrare startup innovative biotecnologiche e progetti di impresa con investitori finanziari e corporate di tutto il mondo, organizziamo, da 13 anni, il BioInItaly Investment Forum. Una iniziativa che, anche grazie ai nostri partner: Intesa Sanpaolo e Cluster Spring, ha permesso di raccogliere, dal 2008 ad oggi, oltre 60 milioni di euro di investimenti in 25 startup innovative nazionali e di selezionare e formare, in questi anni, più di 150 startup finaliste, portandole all’incontro con più di 1.900 aziende, investitori e attori dell’ecosistema e ponendo quindi le basi per la loro crescita.

Il nostro obiettivo è fare incontrare startup biotecnologiche con investitori finanziari e corporate di tutto il mondo

 

Qual è il ruolo di Assobiotec in questo panorama?

 

La nostra Associazione rappresenta presso gli stakeholder di riferimento il biotech industriale nei sui diversi settori di applicazione. Lavoriamo da oltre 30 anni per promuovere la ricerca e l’innovazione tecnologica, affinché venga riconosciuto il valore dell’innovazione e le venga fornito un adeguato finanziamento, per attrarre investimenti nell’industria biotech italiana, uno dei pochi metasettori nel quale al finanziamento corrisponde un’elevata possibilità di ritorno in termini di occupazione qualificata e valore aggiunto creato

 

Ci stiamo preparando a un percorso di avvicinamento a un grande evento dedicato al biotech che si terrà a novembre. Come avete deciso di prepararvi? E perché avete pensato di pubblicare un paper?

 

Quando si parla di biotecnologie c’è ancora tanto da fare in termini di comunicazione: spesso, non solo non è chiaro il valore associabile allo sviluppo di queste tecnologie o gli interventi necessari alla crescita del settore, ma troppo spesso manca proprio la consapevolezza di ciò di cui stiamo parlando. Il progetto al quale stiamo lavorando prevede una comunicazione su un doppio binario: un dialogo e confronto diretto con figure istituzionali e stakeholder di riferimento per costruire insieme visioni e azioni programmatiche che troveranno una formalizzazione in un documento di posizione, appunto. E, parallelamente, una comunicazione più divulgativa, sul grande pubblico – con particolare riferimento ai giovani – per raccontare attraverso appuntamenti in live streaming, fra giugno e ottobre, e un evento conclusivo a novembre il valore delle biotecnologie e la filiera del biotech con numeri, percorsi, sfide, difficoltà, relazioni, scenari oggi necessariamente internazionali.

 

Biotech, agrifood e sostenibilità. Qual è il punto di incontro tra questi 3 mondi solo all’apparenza distanti?

 

Il punto d’incontro è lo sviluppo sostenibile, la bioeconomia. Le biotecnologie offrono tanti e preziosi strumenti per rendere più resistenti le varietà vegetali preservando il nostro patrimonio di biodiversità, salvaguardando la capacità delle varietà vegetali dal rischio di soccombere alle aggressioni parassitarie. Sono valido strumento per aumentare le produzioni senza estendere le superfici coltivate, ridurre i consumi di acqua in agricoltura e gli effetti delle avversità ambientali. E ancora sono elemento chiave per caratterizzare gli alimenti, garantendone attraverso l’impronta digitale genetica l’origine, la composizione, le caratteristiche reali, a salvaguardia del consumatore anche per quanto riguarda le contaminazioni. Certamente rappresentano una risorsa importante per affrontare le sfide per la sicurezza alimentare e per una nutrizione adeguata dal punto di vista qualitativo e nutrizionale a livello globale.

Tanti non sanno che quando parliamo di vaccini, di diagnostica, di insulina, di terapie avanzate, stiamo parlando di biotecnologie

Quando si parla di biotech si pensa a scienziati che in un laboratorio lavorano su provette e numeri, lei crede che sia necessario rendere più accessibile il linguaggio della scienza? Perché?

 

Come dicevo prima c’è ancora molto da fare in termini di comunicazione: tanti non sanno che quando parliamo di vaccini, di diagnostica, di insulina, di terapie avanzate, di molti farmaci utilizzati in oncologia, nel trattamento delle malattie rare, contro le malattie infettive, in neurologia, stiamo parlando di biotecnologie. Come è poco noto che abbiamo pane soffice, cremosi cioccolati, morbidi tessuti per vestire, detersivi antimacchie proprio grazie all’utilizzo delle biotecnologie. Senza dimenticare le applicazioni per la conservazione e il restauro di opere d’arte, nell’edilizia, nella cosmetica. Le biotecnologie sono già parte della vita quotidiana di tutti noi, ma se facciamo una domanda per strada, forse sentiamo ancora parlare della pecora Dolly o degli OGM. Forse rendere le persone più consapevoli di questo potrebbe aiutare a comprendere quanto valore c’è in queste tecnologie, che non fanno altro che utilizzare organismi viventi, come batteri, lieviti, cellule vegetali e animali o parti di essi per sviluppare prodotti e processi ecosostenibili. Lavorare sulla conoscenza può essere certamente un buon modo per aiutare a scardinare posizioni antiscientifiche, dubbi e timori verso questa tecnologia che non hanno proprio alcuna ragione di esistere.

 

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