Liberi professionisti mai ripresi dalla crisi: persi 13mila euro in 12 anni

Ultimo aggiornamento il 19 giugno 2020 alle 6:38

Liberi professionisti mai ripresi dalla crisi: persi 13mila euro in 12 anni

Lo denuncia uno studio dell’Osservatorio del Consiglio e della Fondazione Nazionale dei Commercialisti. Peggio gli studi professionali delle aree tecniche, hanno tenuto quelli delle professioni giuridiche ed economiche

I Commercialisti sono tra i liberi professionisti più agguerriti nei confronti del Governo Conte. Denunciano infatti che la categoria delle partite IVA è stata dimenticata dal decreto Rilancio e non riescono a mandare giù il fatto di non poter accedere al contributo a fondo perduto da 1000 o 2000 euro (di contro, sono ammesse le società tra professionisti). Ora un nuovo studio presentato dal loro Osservatorio pone l’attenzione su di un altro fatto tutt’altro che secondario: gli autonomi si stavano faticosamente riprendendo dalla crisi del 2008 e presto saranno travolta da quella post pandemia. Un grido d’allarme che l’esecutivo non potrà ignorare.

I liberi professionisti e quella crisi incancrenita

Secondo i calcoli dell’Osservatorio del Consiglio e della Fondazione Nazionale dei Commercialisti, ciascuna partita IVA con uno studio in 12 anni, vale a dire dall’ultima crisi economica, ha perso oltre 13mila euro. “I liberi professionisti – si legge nel report –  sono il comparto economico più colpito dalla crisi economica del 2008 con un calo di produttività di oltre il 20% a fronte di una media nazionale che ha perso 2384 euro con una flessione della produttività del 3,8%.

I dati Istat – viene sottolineato nello studio – con riferimento al settore “Attività professionali, scientifiche e tecniche, amministrazione e servizi di supporto”, che contiene la quasi totalità dell’universo delle libere professioni socio-economiche, giuridiche e tecniche (ad eccezione, quindi, dell’area socio-sanitaria che risulta, in buona parte, ricompresa tra gli occupati dipendenti) indicano che il valore aggiunto per occupato, il principale indicatore che misura la produttività del lavoro, ha lasciato sul terreno 12.686 euro (-21,5,%) passando da 58.986 euro a 46.301 euro (rispetto ad una media nazionale di 60.770 euro che, invece, ha subito un calo molto più contenuto pari a -2.384 euro, il 3,8% in meno rispetto al 2007). “Se, invece – si legge -, focalizziamo l’analisi sul sotto-settore “Attività professionali, scientifiche e tecniche” che rappresenta ancora più fedelmente l’universo delle libere professioni economiche, giuridiche e tecniche, il valore aggiunto per occupato ha perso in dodici anni 13.729 euro (-19,3%) passando da 71.302 euro del 2007 a 57.573 del 2019”.

Se prima, dunque, la produttività media del settore era superiore a quella media nazionale (113%), dopo la crisi è scesa ad un livello inferiore (94%), mostrando un gap già abbastanza significativo e preoccupante. Ulteriori stime e rielaborazioni sui dati Istat di contabilità nazionale, infine, hanno anche permesso di evidenziare come il crollo della produttività nell’ambito delle libere professioni sia abbastanza diffuso ed omogeneo, tranne piccole differenze tra macroaree. Infatti, mentre l’area delle professioni giuridiche ed economiche ha contenuto il crollo a -16,9%, quelle tecniche hanno subito una perdita maggiore e pari a -20,4%.

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