Autostrade, Berlino e Pechino spingono per evitare lo strappo
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Ultimo aggiornamento il 14 luglio 2020 alle 10:06

Autostrade, Berlino e Pechino spingono per evitare lo strappo

Pressing sul premier Conte perché eviti di procedere con la revoca. Tanti gli interessi internazionali in gioco

Tra meno di un’ora, salvo rinvii (questo governo ci ha abituati a slittamenti fiume, anche di giorni), si dovrebbe tenere il cruciale Consiglio dei ministri sul dossier Autostrade. L’esecutivo di Giuseppe Conte dovrà decidere se revocare o meno la concessione a seguito del dramma di Genova. La revoca, di per sé, quasi certamente manderebbe a gambe all’aria tanto ASPI quanto la controllante, Atlantia. A rischio ci sono 12mila posti di lavoro e 17mila piccoli investitori che hanno acquisito cedole del Gruppo. Ma non sarebbero loro ad aver fatto cambiare idea, nelle ultime ore, al presidente del Consiglio, spingendolo verso una soluzione mediana: il commissariamento

A sorpresa, ieri, il pressing di Angela Merkel

Secondo quanto riporta il Corriere della Sera, ieri Conte, volato a Berlino per limare la strategia che Italia e Germania dovranno tenere il 17 e il 18 nel Consiglio europeo sul Recovery Fund, si sarebbe sentito rivolgere dalla cancelliera Angela Merkel una richiesta tanto inattesa quanto imbarazzante: evitare lo strappo con Autostrade. Il perché è presto detto: nel capitale di Autostrade figura il gruppo assicurativo tedesco Allianz, che tramite il veicolo Appia detiene con Edf il 7% delle quote comprate nel 2017 per quasi 1 miliardo di euro.

Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte

Analogamente – racconta sempre il Corsera – avrebbe fatto il governo di Pechino, diretta emanazione del fondo Silk Road, socio di Autostrade col 5%. La Cina che, per via della sua peculiare economia consumistica ma di stampo comunista, ha partecipazioni in tutte le sue realtà economiche. Per questo si sarebbe mossa persino in modo ufficiale, con tanto di lettera spedita all’ambasciatore italiano Luca Ferrari.

Dal Corriere della Sera del 14 luglio 2020

“Trapela – si legge sul Corriere della Sera – la preoccupazione dei due azionisti, che hanno entrambi un componente in consiglio di amministrazione, per trovare un accordo che permetta una revisione della concessione invece di una revoca che comporterebbe l’immediato azzeramento della quota a bilancio”.

Difficile, oggigiorno, scontentare Berlino e Pechino. La Germania dovrà combattere per noi la battaglia sul Next Generation Eu e tutte le nostre speranze – comunque tenui – di vedere presto i soldi comunitari, possibilmente con la formula “a fondo perduto”, sono appese a come si muoverà Merkel in consiglio. Ma l’esecutivo giallorosso, da sempre molto vicino a Pechino, soprattutto nella partita del 5G e della nuova Via della seta (tanto da fare arrabbiare gli USA in più occasioni), non vuole deteriorare i rapporti nemmeno con il governo di Xi Jinping.

Quindi? Che fare? Difficilmente, ora che si sono mossi simili pesi massimi – ma il Corriere ricorda che tanti altri Stati hanno interesse nell’affare Autostrade: nel capitale di Atlantia troviamo per esempio il fondo sovrano di Singapore Gic, la statunitense BlackRock, la britannica HSBC e la fondazione Cassa di Risparmio di Torino (socia anche di Unicredit) e alcune società di gestione di Gran Bretagna, Francia, Germania e Australia -, Conte potrà procedere con la revoca in maniera tanto spedita come ha lasciato intendere ieri al Fatto Quotidiano. Ecco perché, all’improvviso, ha preso corpo l’ipotesi del commissariamento: si darebbe più tempo a chi detiene le quote di disfarsene e si rinvierebbe la difficile decisione a tempi migliori. Per l’ennesima volta.

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