FED, svolta storica. "Inflazione non è nemico". Cosa cambia per noi?
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Ultimo aggiornamento il 28 agosto 2020 alle 13:56

FED, svolta storica. “Inflazione non è nemico”. Cosa cambia per noi?

Se la BCE non adotterà contromosse il rischio nel prossimo futuro potrebbe essere un Euro troppo alto che danneggerebbe l'export. Soprattutto italiano

La FED, per la felicità di Donald Trump che pure ne ha più volte criticato aspramente le mosse, rivoluziona la propria politica e si appresta a combattere la crisi economica post pandemia di Covid (gli USA sono ancora nel bel mezzo della prima ondata, che potrebbe durare sul loro territorio per tutto il resto del 2020) con tutte le armi a propria disposizione. Una rivoluzione che ha inizio con la rottura del vincolo del 2% di inflazione. «Il nostro obiettivo dominante è il massimo di occupazione», ha detto il suo numero 1, Jerome Powell, annunciando un nuovo corso della politica monetaria statunitense che, almeno su carta, fa impallidire perfino le terapie-shock varate dopo la crisi del 2008. L’inflazione da oggi non è più un nemico. «Il vero problema è semmai un’inflazione troppo bassa», ha scandito il presidente della Banca centrale statunitense. La FED interviene e soccorre proprio quel Trump che non le ha mai lesinato critiche mentre l’inquilino si trova nel – duplice – momento del bisogno: è in piena campagna elettorale e soprattutto vede il proprio pacchetto di stimoli economici bloccato al Congresso.

Jerome Powell, presidente del Federal Reserve System

Dal numero 20 di Constitution Ave., in quel di Washington DC, fanno sapere che la politica monetaria inverte bruscamente la rotta. Una inversione già destinata a entrare nei libri di storia, simile, per portata, a quel “Whatever It Takes” di Mario Draghi che ci piace citare spesso, quando parliamo degli interventi a gamba tesa delle Banche centrali per salvare la situazione.

Cosa succede dopo l’annuncio della FED?

Naturalmente, ora ci si chiede cosa accadrà. Powell conta soprattutto sull’effetto distensivo delle sue parole. Spera, insomma, nell’euforia dei mercati, idonea a spegnere ogni paura che pure perdura – ragionevolmente, visto che gli USA non sono certo fuori dall’emergenza sanitaria – e congela gli investimenti e ogni propensione all’acquisto. E già la giornata per la Borsa americana si è chiusa positivamente.

Poi però dovrà pur passare dalle parole ai fatti: tassi di interesse zero (difficilmente la FED li porterà sottozero, come fece la BCE, per non ostacolare le banche) che si dovranno accompagnare a liquidità abbondante, per un lungo periodo di tempo. O difficilmente si avrà l’economia espansiva, un po’ giapponese, che adesso gli USA vogliono mettere in pratica.

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Ma per noi questa decisione cosa comporta? Difficile prevederlo, perché c’è ancora l’incognita del Coronavirus: non sappiamo se e quanto l’epidemia durerà ancora, se arriveranno altre ondate e nuovi lock down. Ma se progredisse tutto come attualmente i numeri potrebbero far sperare, ovvero con un Vecchio continente in lenta ma costante uscita dal pericolo sanitario e gli USA ancora impelagati nel pantano del Covid, i tassi in Europa potrebbero aumentare prima che in America, con una divaricazione monetaria che potrebbe determinare un apprezzamento dell’euro sul dollaro che finirebbe per danneggiare le esportazioni. Soprattutto per i Paesi che esportano maggiormente e che non erano stati ancora colpiti dai dazi di Trump. A iniziare dall’Italia.

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