Artisti, ristoratori, imprenditori. Tutti contro il Dpcm della discordia
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Ultimo aggiornamento il 27 ottobre 2020 alle 8:28

Artisti, ristoratori, imprenditori, sindaci. Tutti contro il Dpcm della discordia

Confcommercio: le restrizioni previste dall’ultimo provvedimento del Governo rischiano di causare un’ulteriore perdita di consumi e di PIL di circa 17,5 miliardi di euro. Si sfilano le Regioni: "meglio chiudere i centri commerciali dei ristoranti"

Il ventiduesimo Dpcm dell’era Covid potrebbe essere quello che rischia di fare saltare il tappo dell’esasperazione degli italiani. Le nuove – le ennesime – restrizioni, non piacciono a nessuno. Soprattutto a chi, dopo aver sostenuto ingenti spese per mettersi a norma “anti Coronavirus” si è visto recapitare in negozio l’ordine di chiusura. E così, per tutta la giornata di ieri, in tutta la penisola sono andate in scena le medesime proteste da parte di chi gestisce o lavora in cinema, teatri, palestre, piscine, bar, pub e ristoranti. Proteste pacifiche, almeno fino a ieri sera, quando sia a Milano sia a Torino si sono verificati tafferugli e nuove aggressioni ai cronisti sulla falsariga di quanto avvenuto a Napoli, ma il Viminale teme tutt’altra escalation.

L’allarme del Viminale sulle proteste di piazza

“Massima attenzione, necessità di disinnescare sul nascere ogni situazione di possibile rischio, massima fermezza nei confronti dei violenti”. È quanto traspare da una velina circolata nel pomeriggio di ieri, prima delle proteste in Piemonte e Lombardia, che testimonia il fatto che al Viminale stia salendo l’allerta per le tensioni sociali. Le manifestazioni dei giorni scorsi a Napoli, Roma e Torino, viene sottolineato, sono un campanello d’allarme anche se si è trattato di situazioni ben connotate: chi si è reso protagonista degli scontri con le forze di polizia non aveva nulla a che vedere con le categorie più colpite dalla crisi di questi mesi ma proviene da “ambienti ultras, estremisti di destra, centri sociali, soggetti che vivono di espedienti e piccoli reati utilizzati come manovalanza dalla criminalità organizzata”.

Verso un ritocco del Dpcm della discordia?

Il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che si è fatto immortalare improvvidamente mentre firmava il Dpcm della discordia, non ci sta però a rimanere col cerino in mano, unico responsabile, agli occhi della gente, delle chiusure obbligate e delle conseguenti perdite economiche. E se da un lato accelera con il sistema di ristoro (altri soldi che influenzeranno sul debito pubblico) previsto per le categorie penalizzate dal provvedimento, dall’altro starebbe provando, fanno sapere fonti di Palazzo Chigi, a ritoccare l’ultimo provvedimento in modo più permissivo.

Leggi anche: Bonomi: “Governo non sa dove va. Ristori? Gente attende ancora la CIG”

Confcommercio: con l’ultimo Dpcm danni per 17,5 miliardi

Secondo Confcommercio, le restrizioni previste dall’ultimo provvedimento del Governo rischiano di causare un’ulteriore perdita di consumi e di PIL di circa 17,5 miliardi di euro nel quarto trimestre dell’anno, concentrata negli ambiti della ristorazione e del turismo, della convivialità e della ricreazione in generale, dei trasporti e della cura della persona, portando a una riduzione complessiva dei consumi nel 2020 ad oltre 133 miliardi di euro rispetto al 2019 (-12,2% in termini reali). La caduta della spesa presso gli alberghi supererebbe il 55% e quella presso la ristorazione si avvicinerebbe al 50%.

Per Confcommercio siamo di fronte a “uno scenario drammatico nel quale questa seconda fase di lockdown ‘parziali’ produrrà inevitabilmente ulteriori, gravissimi danni con il rischio di una caduta del PIL per l’anno in corso ben superiore al 10%, la cessazione dell’attività di decine di migliaia di imprese e la cancellazione di centinaia di migliaia di posti di lavoro. Dunque, per il nostro Paese, che registra già segnali di crescente tensione sociale, si conferma l’insostenibilità economica e sociale delle nuove restrizioni all’esercizio di tante attività – soprattutto nei settori della ristorazione, della cultura e dell’intrattenimento – che, peraltro, hanno già adottato tutti i necessari e concordati protocolli di sicurezza e in cui non sembrerebbero manifestarsi particolari criticità”.

“Quello che serve – conclude Confcommercio – è più programmazione e più coordinamento per risolvere la crisi del circuito dei tamponi, dei tracciamenti, dei controlli ed i nodi dei trasporti locali e della scuola. Ma soprattutto, occorre che i danni subiti dalle imprese siano ristorati adeguatamente e tempestivamente con indennizzi a fondo perduto, credito d’imposta per le locazioni commerciali e gli affitti d’azienda, moratorie fiscali – a partire dall’esenzione IMU anche per la ristorazione – e creditizie, risorse per le garanzie finalizzate ad agevolare l’accesso al credito, continuità degli ammortizzatori sociali insieme alla necessità della loro riforma e di una nuova stagione di vere politiche attive per il lavoro. Ma per individuare le misure necessarie a tenere insieme salute pubblica e ripresa economica è fondamentale e urgente confrontarsi per tempo e con continuità con il contributo di tutte le forze politiche e sociali. Un confronto necessario per dare speranza e prospettiva a famiglie, imprese e lavoratori”.

L'ultima seduta virtuale dell'UNCEM

Si sfilano Regioni e Comuni montani

Ma a sorpresa contro l’ultimo Dpcm, sempre per la parte che riguarda bar e ristoranti, si schierano non solo le Regioni (capitanate da Stefano Bonaccini che ieri sera ha detto: “Il Governo ascolti la protesta civile, meglio chiudere i centri commerciali che ristoranti, teatri, cinema e palestre che rispettavano le regole”), ma anche l’UNCEM, l’unione nazionale dei comuni e delle comunità montane: “va rivista con urgenza soprattutto per i piccoli Comuni e le zone montane, dove non ci sono mai stati problemi di assembramenti e i gestori hanno saputo organizzare accessi e produzione”. Per l’UNCEM: “Il blocco della ristorazione, dei bar, dei pub, delle gelaterie, delle pasticcerie dopo le 18 va tolto soprattutto dove queste attività rappresentano in moltissimi casi l’unico presidio economico, insieme a uno o pochi negozi di alimentari”.

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