La prossima "guerra" degli USA? Con l'UE. Fabbri (Limes): «Scontro sui Big Tech»
single.php

Ultimo aggiornamento il 6 Gennaio 2021 alle 10:29

La prossima “guerra” degli USA? Con l’UE. Fabbri (Limes): «Scontro sui Big Tech»

Dal ballottaggio in Georgia passa il futuro della presidenza Biden. L'intervista a Dario Fabbri, esperto di Stati Uniti

Gli USA tornano al voto dopo gli strascichi tossici delle presidenziali 2020, con Trump che sembra non rassegnarsi alla sconfitta subita il 3 novembre. In Georgia va in scena oggi, martedì 5 gennaio, il ballottaggio che deciderà le sorti del Senato: se i democratici riusciranno ad aggiudicarsi i due seggi in palio potrebbero ottenere una risicata maggioranza (in caso di parità sarebbe la vicepresidente Kamala Harris ad esprimere il voto decisivo). Se invece dovesse avere la meglio il GOP (Grand Old Party, acronimo del partito repubblicano), si partirebbe con un non inedito caso di anatra zoppa, l’espressione con cui negli Stati Uniti si descrive la situazione di un Presidente che governa senza la maggioranza al Congresso.

Anatra zoppa?

«Questo scenario sarebbe negativo per Biden. In Georgia direi che i candidati repubblicani hanno un leggero vantaggio». Raggiunto da StartupItalia, Dario Fabbri – firma della rivista di geopolitica Limes ed esperto di Stati Uniti – ha risposto alle nostre domande alla vigilia del 20 gennaio, giorno di insediamento di Joe Biden. Qual è l’eredità di Trump? Come saranno i rapporti con l’UE? Gli Stati Uniti sono davvero entrati in crisi dopo lo scoppio della pandemia?

Washington e Bruxelles: amici come prima?

«Trump non ha mai detto la verità su questioni interne, ma è stato fin troppo sincero quando si è rivolto all’esterno» ha commentato Fabbri, ragionando sui quattro anni che il tycoon ha trascorso alla Casa Bianca dopo la storica vittoria del 2016 contro Hilary Clinton. «Con lui gli USA sono diventati un impero troppo sincero: i danni si sono visti soprattutto in Europa, dove però Joe Biden cambierà soltanto la narrazione». Negli ultimi tempi la Commissione von der Leyen ha infatti manifestato tutte le proprie intenzioni di regolamentare la posizione dominante delle multinazionali tech USA e non solo. A dicembre sono state diffuse le prime bozze del Digital Services Act e del Digital Markets Act.

Leggi anche: Big tech: cosa cambia ora per Google, Amazon&Co in Europa

Dopo l’elezione di Trump, l’Europa ha vissuto anni senza più il sostegno (a parole) di Washington, da cui invece piovevano tegole contro il progetto UE e sostegno aperto a tutte le iniziative sovraniste. Ma con il nuovo corso di Biden le cose cambieranno? «Il nuovo presidente non sarà morbido in merito agli accordi tra Bruxelles e Pechino – ha detto Fabbri – ma soprattutto non accetterà l’iniziativa franco-tedesca di tassare le multinazionali tech». Al momento della nomina di Kamala Harris, StartupItalia aveva infatti raccontato dei rapporti saldi tra l’ex procuratore generale della California e le ex startup che oggi hanno in pancia dollari e dati. E lo stesso si può dire di Biden. «Ne vedremo delle belle su questo tema», ha aggiunto l’esperto.

Leggi anche: Kamala Harris, la vice di Biden piace ai Big Tech della Silicon Valley

Fonte: profilo Twitter Kamala Harris

USA: ancora in cima al mondo

Il 2021 è già stato ribattezzato come l’anno del vaccino. Gli USA di Trump hanno chiuso il 2020 con una gestione pessima dell’emergenza sanitaria. La notizia di una Cina che, dopo aver chiuso la dolorosa parentesi del coronavirus, si appresta a superare gli USA in termini di PIL ha suggerito l’idea che Washington non sarebbe più la potenza numero uno. «Il PIL si basa su aspetti quantitativi e non mi sorprende affatto il sorpasso di Pechino che ha oltre un miliardo di abitanti – ha argomentato l’esperto – la pandemia è stata utilizzata come grimaldello per interpretare la realtà in assenza di altri strumenti. Ma negli scenari globali non vince l’impero che soffre di meno: gli USA restano la prima potenza mondiale».

L’eredità di Trump

In attesa di capire se ci saranno ulteriori colpi di scena dopo il voto in Georgia, qual è l’eredità di Trump? «Come spesso accade, ai presidenti vengono riconosciuti risultati involontari. Trump si era fatto eleggere promettendo la fine dell’impero americano: America first, ritiro dei soldati, gli USA sarebbero stati una nazione qualunque. Ma la volontà di chiudere l’impero lo ha invece portato a razionalizzarlo: il minor interventismo ha provocato danni sulla narrazione, perché se gli USA non intervengono nel mondo appaiono in declino. Invece Washington resta un impero e oggi è perfino meno impelagato».

Il caso Assange

Per chiudere l’intervista sugli scenari geopolitici abbiamo chiesto all’esperto anche un commento su una vicenda che ha scosso l’opinione pubblica globale. Ieri, lunedì 4 gennaio, Londra ha negato l’estradizione di Julian Assange verso gli Stati Uniti, dove ad attenderlo ci sarebbero capi d’accusa per un totale di quasi 200 anni di carcere. Ma per Washington qual è stata la gravità dei danni provocati dai materiali pubblicati da WikiLeaks? «Credo che si sia trattato di un danno soltanto di immagine. A parte qualche anima candida, in pochi si sono scandalizzati per il contenuto dei cablo pubblicati».

Leggi anche: Julian Assange, perché gli USA lo vogliono. Storia del fondatore di WikiLeaks

Rimani sempre aggiornato sui
temi di StartupItalia!
iscriviti alla newsletter

  • Ti potrebbe interessare anche