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Partiamo dalla fine.

1) Una netta contrapposizione tra il maschile e il femminile è falsa e pericolosa. Va ripensata. 

2) I genitali non fanno il genere: sesso e genere sono cose diverse.

3) Il linguaggio inclusivo può aiutare a favorire il rispetto tra i (molti) generi esistenti.

Quel “due” che è ovunque

Anni fa studiavo il nome per una società di consulenza informatica: la soluzione fu unire, al nome del gruppo di appartenenza, il suffisso “Byte”. 

Di corsa al dizionario > Byte. Niente definizioni, solo una freccia → bino: «Duplice, formato da due parti o enti, o che ha due caratteristiche». Latino, dunque. E per arrivare a byte dovevi passare da binario, binocolo, abbinare, combinare. E da bit

Bit: «Unità elementare d’informazione propria degli elaboratori elettronici, che indica la scelta tra le due uniche possibilità operative dell’elaboratore stesso, corrispondenti ai due elementi del sistema binario 0 e 1». Ed eccolo, il byte: contrazione di b(inar)y (octe)te, ossia “ottetto binario”; negli elaboratori elettronici storicamente il byte è il numero di bit utilizzato per codificare un carattere alfanumerico. 8 bit, appunto.

Oggi l’indagine su “binario” riserva altre sorprese.

binario

Aggettivo o sostantivo?

Prima c’è l’aggettivo: binarius, da bini, due per volta.

Certo, e con molte evidenze. In musica, il ritmo binario ci fa picchiare il piede, battere/levare. Dalla chimica da cucina spunta il re dei composti binari, NaCl, cloruro di sodio. In aritmetica sono binarie l’addizione e la moltiplicazione. E poi le pratiche quotidiane, on-off, apri-chiudi. In linguistica l’opposizione binaria è la relazione tra due suoni opposti (nasale/non nasale, sonoro/non sonoro, alto/basso, grave/acuto). E in grammatica c’è lo schematismo binario, maschile/femminile (un attimo di pazienza, per questo).

Dopo l’aggettivo, il dizionario dà il sostantivo: sistema di due rotaie parallele… per veicoli ferroviari… Va bene. Ma è il senso figurato a essere più interessante: comportamento, linea di condotta, modo di procedere. Rimettere uno sul giusto binario, uscire dal binario della legalità, politica del doppio binario, quella del politico che gioca su due tavoli, per vincerne almeno uno.

Pare evidente che stare dentro i binari è bene, uscirne è male.

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Dentro i binari e fuori: messaggi dai libri

A cogliere lo spirito dei tempi, spesso prima di altri, è la letteratura.

Spatriati è il romanzo di Mario Desiati vincitore del Premio Strega 2022. Che significa il titolo: essere senza patria o essersene andati? Non riconoscersi in alcuna identità, o avere un’identità, culturale, geografica, politica, ed essersene allontanati?  

Martina Franca, Puglia, cavallo tra i due secoli, l’adolescenza e i soliti dolorosi passaggi. Crescendo, i due protagonisti sentiranno scivolare via ogni possibile identità, rifiuteranno le famiglie, il loro paese e anche una identità sessuale. Nei rapporti con le persone conteranno le affinità, la curiosità e l’attrazione reciproca, senza orientamenti in cui identificarsi. Se per molti l’identità sessuale, etero o omo, è stata una patria, una scelta in cui ritrovare comportamenti e stili di vita, per i protagonisti del romanzo non è più così, neanche questa patria esiste più, vagano senza punti di riferimento. Errare, non tenendo conto dei confini, è l’unico modo per vivere.

Per il poeta Giovanni Giudici, “sbinariata” è la vita uscita dai binari, disorientata, sregolata, deviata dalla sua destinazione o dal suo destino. Però il prefisso s- (latino ex) sa includere valori opposti: quello privativo, appunto, come in slealtà, sfiducia, sfortuna, e anche quello intensivo, come in sbattere, scacciare, sbeffeggiare. Sbinariato, dunque, può essere “fuori dai binari” oppure sballottato tra il di qua e il di là.

Il binario si complica. 

“Non binario”: ben più di due generi

Partiamo dalla definizione di “non binario”.

Persona che rifiuta lo schema binario maschile-femminile nel genere sessuale e, a prescindere dal sesso attribuito alla nascita, non riconosce di appartenere al genere maschile né a quello femminile… 

… oppure che si riconosce in entrambi, alternativamente o contemporaneamente. 

Una madre testimonia a Repubblica: un giorno, in cucina, mentre scola la pasta, si avvicina la figlia:

Mamma, sono trans. Anzi, sono non binario. Hai presente i binari di un treno? Sono due, come maschio e femmina. Io sono come un terzo binario in mezzo che fa come un serpente, che si avvicina ora dalla parte della femmina, ora dalla parte del maschio. A volte mi sveglio più maschio, a volte mi sveglio femmina, non so nemmeno io da cosa dipende. Mercoledì, per esempio, ero maschio.

Piccolo glossario 

“Non binario” è un termine ampio che include le persone la cui percezione del proprio genere non rientra nel binarismo uomo/donna. Molte le sfumature: proviamo a capire meglio.

Innanzitutto la differenza tra sesso e genere.

In un documento del 2011 l’Organizzazione Mondiale della Sanità riassume così:

Il sesso si riferisce alle diverse caratteristiche biologiche e fisiologiche di maschi e femmine, come organi riproduttivi, cromosomi, ormoni, ecc.

Il genere si riferisce alle caratteristiche socialmente costruite di donne e uomini – come norme, ruoli e relazioni di e tra gruppi di donne e uomini. Varia da società a società e può essere cambiato. 

Per l’orientamento sessuale, ossia l’attrazione fisica ed emotiva di una persona verso altre persone, si distinguono persone eterosessuali, asessuali, pansessuali, e l’universo LGBTQIA+, ossia Lesbian, Gay, Bisex, Transgender, Queer, Intersexual e Allied (merita attenzione il ruolo degli “alleati”, familiari, amici e supporter della comunità, e il “+”, che indica che la lista può ampliarsi).

Quando all’identità di genere, ossia il senso interiore del proprio genere: ci sono persone agender, che non s’identificano in alcun genere; persone cisgender, che hanno identità ed espressione di genere corrispondenti al sesso assegnato alla nascita; demiboy/demigirl, che si identificano parzialmente in uno dei due generi; gender fluid, le cui identità di genere varia con il tempo e le situazioni; intersexual, che hanno organi o caratteristiche sessuali sia maschili sia femminili. Persone queer, che non si conformano alle consuetudini su genere e/o sessualità, non dichiarano la propria identità o si stanno interrogando sulla stessa (q = questioning). E persone transgender, che hanno identità e/o espressione di genere diversa dal sesso biologico e, dal punto di vista dell’orientamento sessuale, possono essere eterosessuali, bisessuali, omosessuali.

Fino a pochissimo tempo fa, inoltre, il disallineamento tra sesso biologico e identità di genere era considerato una malattia: solo dall’ultima edizione della Classificazione statistica internazionale delle malattie e dei problemi sanitari correlati (ICD-11), entrata in vigore nel 2022, è stata tolta dal capitolo delle malattie mentali e inserita in quello della salute sessuale. 

Eppure conserva quel nome così sanitario, disforia di genere: se eu-forìa rimanda al sentirsi bene, quel prefisso dis- rimanda a una pena non facile da sopportare.

Per alcune persone, infatti, può bastare modificare la propria espressione di genere, ossia tutto ciò che si dice o si fa per indicare agli altri o a sé la propria femminilità, mascolinità o ambivalenza. Altre persone, invece, per ridurre la sofferenza, devono modificare il proprio corpo attraverso trattamenti ormonali e/o chirurgici.

Breve storia del pensiero binario

Il “non binarismo” è sempre esistito: secondo alcuni studiosi è stata la cultura occidentale a separare i tratti associati alla mascolinità da quelli associati alla femminilità. Famiglia, educazione, media, psicologia popolare, quasi tutto converge sull’idea che uomini e donne sono individui del tutto diversi, con desideri e tratti diversi, e che questo è innato, biologico, inevitabile. 

Ma il genere non è innato, è fluido, mutevole, condizionato dalla società.

Spiega Pani Farvid, docente di psicologia applicata alla New School di New York e fondatrice del SexTech Lab, nel suo TED dal titolo augurale, Saying goodbye to binary gender:

Nella Grecia antica, il tuo genere era dedotto dalla posizione che assumevi nel sesso. Agli uomini adulti che erano donatori di sesso veniva assegnato il genere maschile; agli uomini e alle donne che ricevevano il sesso veniva assegnato il genere femminile.

Continua Pani Farvid:

Durante il 1600 gli uomini indossavano colori audaci, motivi intricati, tacchi alti, collant, parrucche, makeup. Nel Rinascimento il corpo femminile ideale era voluttuoso, seno piccolo, fianchi larghi, pancia e cosce grandi. In epoca vittoriana il rosa era visto come colore maschile, e il celeste colore femminile.

Il contesto è estremamente importante nel plasmare non solo il modo in cui comprendiamo il genere, ma anche il modo in cui lo eseguiamo quotidianamente.

Il genere non è nei genitali

Dal punto di vista biologico, del resto, donne e uomini sono molto più simili che diversi. Anzi, quasi identici: delle 23 coppie di cromosomi che abbiamo come esseri viventi, ce n’è una sola che ci differenzia come femmine o maschi. Anche le neuroscienze per lo più concordano su quanto urlava più di un secolo fa Charlotte Perkins Gilman, icona del movimento femminista americano: «Non esiste un cervello femminile o maschile. Il cervello non è un organo del sesso». 

Appurato che non è nel cervello, il genere non è nemmeno nei genitali. 

Il fatto di avere lo stesso etimo (greco genos), che rimanda al produrre, al generare, non ne fa una cosa sola. Lo diceva già nel 1949 Simone de Beauvoir, con la frase «Donna non si nasce, si diventa» che riassume la sua opera più nota, Il secondo sesso

Oltre il genere: superare il binarismo linguistico

Ma tu in quale bagno vai? E il sesso come lo fate? Gli ormoni cambiano il carattere? Ma un trans può tornare indietro? 

Raccontano gli attivisti che son queste le domande più frequenti rivolte alle persone non binarie, in conversazioni che alternano legittimi desideri di conoscenza a schizzi di curiosità pruriginosa.

Resta la difficoltà di adottare un linguaggio volto a non offendere o discriminare le persone non binarie, e a non farle sentire invisibili (suggerimenti utili: www.italianoinclusivo.it e International guide to gender-inclusive writing). Il linguaggio gender-specific infatti può risultare poco inclusivo. Se il genere non è rilevante per il messaggio, possiamo usare termini neutri, rispettosi delle diversità. Anche in inglese, lingua già da sé più attenta a questi aspetti: anziché ladies and gentlemen, meglio everyone, colleagues, team; partner o spouse anziché husband, wife, boy/girlfriend; parental leave anziché maternity/paternity leave.

Per alcune persone non binarie il genere grammaticale non ha rilevanza, ma proprio perché ciascuno è differente, conviene non dare per scontato il genere al primo sguardo (pare maschio > lui, pare femmina > lei). L’uso del pronome neutro they/them, per esempio, rappresenta meglio la fluidità di genere, ma pare poco praticabile nell’italiano, dove neppure l’asterisco e lo schwa sembrano convincere. E poi, per carità, se non azzecchiamo il pronome, che sarà mai: si può anche chiedere: «che forma preferisci?». 

Il greco e il latino, del resto, da cui viene l’italiano, avevano il genere neutro, che indicava per lo più oggetti e concetti astratti (in effetti, dov’è la logica nel considerare gli oggetti maschi o femmine?). L’italiano non ha il neutro. Alcuni studiosi (es. Giuliano Bonfante, Esiste il neutro in italiano?, 1961), hanno cercato di farlo esistere, o di riconoscerne dei residui in alcune forme di plurale (le braccia, le uova). Ma esistono buoni motivi per riconsiderare il senso del neutro, che qui proprio nella sua connotazione in negativo (neuter è “né l’uno né l’altro”) ci sarebbe così utile, aggirando l’incasellamento in maschile e femminile su desinenze, concordanze e pronomi.

Alcuni sforzi si cominciano a vedere. Nei quotidiani, per esempio: chi ci legge, anziché i lettori, le persone, gli esseri viventi, anziché tutti gli uomini. Anche nelle circolari aziendali, per un messaggio al personale, c’è chi s’impegna per evitare sia il maschile sovraesteso (cari colleghi) sia la forma doppia (care colleghe e cari colleghi) sia le variabili con punti apostrofi chiocciole barre asterischi schwa o desinenze in u (care/i colleghe/i, carei, care.i, car@, carə, car*, car’, car_ , caru collegu…).

Forse un’educazione all’inclusione e alla gentilezza può passare anche da un ripensamento sulla lingua, per superare le polarità di genere e promuovere il rispetto dell’unicità della persona.