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Uber riconosce i diritti degli autisti, ma per ora solo nel Regno Unito

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Uber riconosce i diritti degli autisti, ma per ora solo nel Regno Unito

Salario minimo, ferie pagate e contributi previdenziali segnano un passo avanti significativo per i lavoratori, non più autonomi ma parasubordinati, e per la gig economy

Salario minimo, ferie pagate e contributi previdenziali segnano un passo avanti significativo per i lavoratori, non più autonomi ma parasubordinati, e per la gig economy

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La svolta è arrivata per gli autisti di Uber, anche se non per tutti perché le migliorate condizioni valgono solo per chi pratica l’attività nel Regno Unito (il più grande mercato europeo per la società californiana), circa 70.000 lavoratori non più autonomi ma dipendenti. Così dovrebbero essere chiamati d’ora in poi, anche se tecnicamente è più corretto parlare di lavoratori parasubordinati, poiché i conducenti che prestano e presenteranno servizi per la società californiana non potranno contare su tutti i benefit garantite a chi viene assunto, tuttavia resta una svolta rilevante che riconosce i diritti dei conducenti e potrebbe avere una grande influenza sul futuro di Uber, dell’intero mondo della gig economy e dei lavoratori di ogni paese.

Condizioni migliori e più sicurezze

Tre sono le novità più importanti che arrivano da Londra, con Uber che riconosce agli autisti un salario minimo, le ferie pagate e contributi previdenziali. Per capire come si è arrivati al traguardo bisogna tornare indietro, al febbraio 2016 per la precisione, quando due autisti hanno intentato causa alla società di mobilità, accusandola di avere un controllo troppo ampio sul loro operato per essere inquadrati come lavoratori autonomi. A suon di ricorsi si è arrivati al verdetto della Corte Suprema del Regno Unito, che il mese scorso aveva sposato la tesi dei conducenti, imponendo a Uber di cambiare la tipologia del rapporto lavorativo. Così dopo gli incontri tra le parti si è arrivati a una decisione che non ha precedenti.

Il passo avanti in cifre (ma c’è anche chi resta escluso)

In tema di cifre, adesso il compenso orario base è di 8,72 sterline (poco più di 10 euro), che però non include l’attesa del conducente per l’arrivo del passeggero, tempo che resta non retribuito. E la cosa non è per nulla piaciuta ai sindacati e agli avvocati di James Farrar e Yaseen Aslam, gli autisti che hanno aperto la contesa con Uber. Quanto alle ferie, la base di partenza è pari al 12,07% dei rispettivi guadagni, con versamenti programmati ogni quindici giorni, mentre a livello previdenziale ogni autista avrà il suo piano in cui si riuniranno versamenti aziendali e personali. Resta la flessibilità per ogni lavoratore, che continuerà a poter scegliere quando e dove lavorare per Uber, come pure continuano a essere attive l’assicurazione gratuita per infortuni o malattia e il sostegno per permessi legati a paternità e maternità, attivi da tre anni. A restare esclusi da tutto, invece, sono i corrieri di Uber Eats, che rimangono per ora lavoratori autonomi.

Il Ceo di Uber, Dara Khosrowshahi

Da “abbiamo voltato pagina” a “nessuno è al di sopra delle legge”

Si tratta di un miglioramento significativo dello standard di lavoro per gli autisti inglesi, tuttavia so che molti osservatori non ci daranno una pacca sulla spalla per aver fatto questo passo, che arriva dopo una battaglia legale di cinque anni. Hanno ragione, anche se spero che il percorso che abbiamo scelto dimostri la nostra volontà di cambiare”. Le parole arrivano dall’Evening Standard e sono di Dara Khosrowshahi, amministratore delegato di Uber, che con questa mossa vuole evidenziare di aver voltato pagina circa le questioni sui diritti dei lavoratori. Tesi che troverà eventuale conferma a stretto giro poiché, dalla California all’Unione Europea, ci sono diversi fronti caldi che puntano a modificare e migliorare le condizioni di chi lavora per le piattaforme digitali.

La scelta di Uber ha innescato molteplici reazioni, con sindacati, analisti e le due parti in causa a tracciare l’impatto delle novità e dividersi tra chi la considera una conquista e chi una occasione sprecata, proprio perché i giudici non hanno riconosciuto agli autisti il ruolo di dipendenti, con sullo sfondo la dimostrazione di una categoria che però è riuscita a chiudere un accordo vantaggioso con una delle principali società della gig economy. “Uber è solo una parte del mondo dedicato al noleggio privato e speriamo che gli altri operatori seguano il nostro esempio per migliorare la qualità del lavoro degli autisti”, ha detto Jamie Heywood, direttore generale regionale per il Nord Europa di Uber.

Per il capo del sindacato TUC (Trade Union Congress), Frances O’Grady, l’annuncio di Uber è “significativo perché dimostra che nessuna azienda e multinazionale, per quanto grande, è al di sopra della legge”. Alcuni legali si soffermano sull’impatto che la decisone potrà avere sul futuro dell’intero settore lavorativo legato al digitale, parlando di una “una pietra miliare” per supportare le battaglie per i diritti dei lavoratori.