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La tuta stampata in 3D che permette la fisioterapia da remoto

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La tuta stampata in 3D che permette la fisioterapia da remoto

Realizzata dal TEDH, centro di competenze del Dipartimento di Design, monitora la riabilitazione e trasmette i dati a uno smartphone

Realizzata dal TEDH, centro di competenze del Dipartimento di Design, monitora la riabilitazione e trasmette i dati a uno smartphone

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In pochi anni la tecnologia ha fatto passi da gigante. Lo sanno bene al Politecnico di Milano, dove studiano soluzioni all’avanguardia per migliorare la nostra vita: “Quando abbiamo iniziato a sviluppare wearable [dispositivi indossabili ndR] – racconta a StartupItalia Paolo Perego, ricercatore del TEDH – Technology and Design for Healthcare -, erano davvero grandi, poco portabili e scomodi, ma adesso sono stati notevolmente miniaturizzati tanto da scordarsi di averli addosso”. Al centro di competenze del Dipartimento di Design si studia il “progetto TUTA” che consiste in una tuta, appunto, stampata in 3D e dotata di sensori che può essere impiegata nella telemedicina.

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Soprattutto in tempi di pandemia, la telemedicina può soccorrere i soggetti più fragili evitando loro gli spostamenti superflui per recarsi dai medici che li hanno in cura per visite di controllo e, nel contempo, alleggerire gli ospedali di un carico di accessi non emergenziale, lasciando le corsie libere per chi ne ha davvero bisogno. Per questo, il progetto TUTA, benché risalente all’era pre-Covid (“Lo sviluppo è durato tre anni ed è stato purtroppo rallentato dal Coronavirus”, spiega Paolo) può essere centrale anche nell’impianto del Sistema sanitario nazionale che ridisegneremo grazie ai fondi del Next Generation Eu. Un Ssn destinato a diventare molto più tecnologico e delocalizzato, basato sulla medicina a distanza e su apparecchiature sempre più intelligenti, capaci di dialogare con gli ospedali e con i nostri smartphone e di funzionare attraverso semplici app.

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Il progetto del Politecnico è pensato per la riabilitazione di persone che hanno subito traumi o lesioni: “A ogni TUTA vengono collegati 14 dispositivi: 7 nella parte superiore e 7 in quella inferiore”, illustra Paolo. Il paziente, indossando il capo di abbigliamento (maglia, pantalone o entrambi a seconda delle esigenze) può eseguire gli esercizi per la riabilitazione in casa propria: “I sensori leggono i movimenti e dicono a chi effettua l’esercizio se lo sta eseguendo correttamente o se sta tenendo posture sbagliate”. Non solo: “Il software – prosegue sempre il ricercatore del Politecnico di Milano – tiene d’occhio il carico cardiaco inviando alert se lo sforzo diventa anomalo”. E già si pensa ad arricchirlo con un saturimetro per monitorare in tempo reale le condizioni di chi ha il Covid, segnalando ai medici peggioramenti improvvisi delle condizioni di salute.

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L’ulteriore particolarità del progetto è che la tuta è stampata in 3D: “Con la stampante Formlabs, in particolare, abbiamo realizzato decine di prototipi per gli alloggi, utilizzando sia la Clear Resin, che consente di realizzare dispositivi semitrasparenti, che le resine elastiche per gli alloggi e i pulsanti, sia, infine, la Grey Pro Resin per la soluzione finale”. “Questo progetto – prosegue Paolo -, ci ha permesso di comprendere le infinite potenzialità della stampa 3D stereolitografica e in futuro desideriamo studiare nuove applicazioni nell’ambito della sensoristica wearable, sia nella realizzazione di dettagli di protesi”.

Il dispositivo si propone di garantire, grazie alla possibile integrazione di tecnologie 5G, un controllo da remoto pressoché in ogni angolo del globo. Ciò rende il progetto TUTA adatto a una pluralità di utilizzi: “C’è una collaborazione con un attore del settore dell’energia che vuole monitorare lo stato di salute dei propri dipendenti al lavoro sulle piattaforme petrolifere dato che sono localizzate in zone geografiche in cui le condizioni climatiche sono estreme e i lavoratori restano in mezzo al mare mesi prima di tornare sulla terraferma”. Parallelamente, il TEDH – Technology and Design for Healthcare sta portando avanti un progetto analogo che riguarda dispositivi pensati per monitorare la salute dei netturbini e il loro carico di lavoro: ne avevamo già parlato qui. E se al momento questi sensori sono riservati solo a determinate categorie di lavoratori, nel prossimo futuro capi d’abbigliamento intelligenti e connessi arriveranno anche nel nostro guardaroba. Dobbiamo solo augurarci che i tessuti stampati in 3D siano anche a prova di tarma.