Una startup italiana al Disrupt di San Francisco: Jegor Levkovskiy racconta la sua esperienza americana - Startupitalia immagine-preview

Set 20, 2018

Una startup italiana al Disrupt di San Francisco: Jegor Levkovskiy racconta la sua esperienza americana

Il Ceo di Checkout Technologies racconta le emozioni che ha provato, cosa ha visto e imparato, in un diario di bordo, autentico, dissacrante e originale.

Come è partecipare a uno dei più grandi eventi di tecnologia al mondo, come il Disrupt di San Francisco? Jegor Levkovskiy, Ceo di CheckOut Technologies, startup che innova i supermercati (leggi qui) è appena tornato dall’esperienza americana.

Jegor ci racconta le emozioni che ha provato, cosa ha visto e imparato dalla sua esperienza, in un diario di bordo, autentico, dissacrante e originale.

 

San Francisco per startupper come Woodstock per hippie

“Quando fai startup, senti nominare San Francisco un mucchio di volte l’anno. Pare sia il centro nevralgico di tutto, che tutto inizi lì e che tutto debba passare da lì. È un po’ come la Mecca per i musulmani, come Woodstock per gli hippie nel ’69, come il Mar dei Sargassi per le anguille.
Ho sognato per anni di andare a San Francisco e per anni di essere addirittura presente al Techcrunch Disrupt.

Appena atterrato, ho preso un Uber condiviso con altri utenti. Intanto, c’erano centinaia di auto private a marchio Uber e Lyft, disseminate in ogni angolo della città. Così è più comodo prendere un mezzo privato piuttosto che un autobus, un tram o la metro.

Sono arrivato in città qualche giorno prima dell’evento, in un periodo di festa. Mi sono accorto che anche gli startupper si prendono dei giorni di pausa. I parchi erano pieni di persone, le aree dedicate alle grigliate erano allestiti da veri professionisti del barbecue, che sembravano pronti ad arrostire una mandria di bufali, mentre  le strade dell’economia e della produttività in città erano completamente deserte”.

 

Leggi anche: Silicon Valley Study Tour, viaggio alla scoperta di un ecosistema irripetibile. Il racconto

 

La terra delle opportunità, pronta a spazzarti via

“L’America sarà anche la terra delle opportunità e io non l’ho girata molto ancora. Ma una cosa ho notato tra San Francisco e New York. La netta differenza tra i ceti sociali: come tutti convivono in città e come si ignorano quando si incrociano per strada. A San Francisco c’è una marea di senzatetto.

Molti di loro sembrano anche usciti di senno. Urlano e si dimenano senza apparente motivo in mezzo alla gente che non li calcola.

Mi ha messo angoscia scoprire che la terra delle opportunità, se non le cogli nella maniera corretta, ti getta via senza badarci più di tanto. È il capitalismo spinto? Non lo so, una settimana è troppo poco tempo per essere certo che questa sia la corretta chiave di lettura.

Il dato di fatto resta che ci sono senzatetto ovunque e che la maggior parte di questi viene completamente ignorata mentre urla verso il passante di turno”.

Lean Startup anche a colazione

“Il famoso e blasonato metodo Lean Startup da quelle parti pare essere nel DNA di ogni persona. Ho scoperto lì la netta differenza tra l’Europa del perfezionismo e la Silicon Valley che sa concentrarsi su quell’unico fattore che serve al business.

L’ho avvertita per la prima volta la mia prima mattina a San Francisco, arrivando da Dottie’s. Un piccolo locale in cui consumare “la miglior colazione americana di San Francisco”, a detta del concierge del mio albergo.

Arrivato di fronte all’ingresso, ho notato quanto la tettoia di una pagoda cinese c’entrasse nulla con le colazioni americane. Sulla targa di metallo un po’ arrugginito appesa fuori dalla pagoda si riusciva però ancora a intravedere la scritta “Dottie’s”. Ero nel posto giusto, allora. All’interno, il locale era ancora allestito da ristorante cinese. L’unica cosa evidentemente visibile era la cucina.

Incastonata nel punto più centrale del locale, con un grezzo bancone in pietra che le faceva da cornice, sul quale i commensali che consumavano la loro abbondante, grassa, colazione americana.

Ho ordinato un milkshake, dei pancake, uova strapazzate e bacon. Dire che erano semplicemente straordinari è riduttivo. Non per nulla il Dottie’s è uno dei migliori locali di San Francisco, anche per Trip Advisor e altre app per le recensioni. Ma, come gran parte della restante città, direi che è Lean”.

Impressionante la quantità di investitori al Disrupt



“Arrivata la mattina del Disrupt, mi sono alzato alle sei e insieme a Enrico e Vincenzo (gli altri membri del team, ndr) ci siamo trovati all’ingresso alle sette. Dopo esserci confusi con un altro evento, odontoiatrico, nel palazzo di fronte. Molto più grande di quello in cui dovevamo recarci noi.

Eravamo ansiosi di vedere l’americanata in grande stile. Passati i controlli di rito, abbiamo trovato il nostro tavolo. Montata la demo e disposto qualche volantino, alle otto del mattino avevamo già cinque, sei biglietti da visita dei primi avventori.

L’evento non occupava molto spazio, più o meno quanto la Smau a Milano. Gli stand erano tra il piccolo e il minuscolo. Bisognava essere veloci e sintetici anche nella metratura, il che ovviamente comprimeva ogni messaggio volessi trasmettere.

Ogni startup aveva a disposizione il tavolo per un solo giorno sui tre dell’evento. Un centinaio di startup per giorno, raggruppate per settore. Noi eravamo nel Retail. Alcuni grandi sponsor avevano stand di tutto rispetto nel bel mezzo dell’evento. La maggior parte dei partecipanti aveva un tavolino rotondo di 60 centimetri di diametro.

In quel pochissimo spazio, in pochissimo tempo, dovevamo parlare con il maggior numero di persone. Non eravamo abituati a un’esposizione così veloce e diretta. Si è formata la fila di fronte al nostro piccolo stand.

La quantità di investitori e fornitori è impressionante. Quasi tutti sono lì per affari. Nessun collezionista di gadget. C’è praticamente solo chi ha qualcosa da comprare o qualcosa da vendere”.

 

Tutto in 60 secondi

Al Disrupt bisogna andare preparati. Bisogna fare i famosi “compiti a casa”. Scrivere a tutti quelli che ci saranno, prendere appuntamenti con le persone che si vogliono incontrare. Tartassare di email chiunque possa aiutare a creare valore. Di gente ne passa parecchia. Ognuno ha pochi minuti da dedicarti e se la connessione non crea sostanza in quegli attimi, niente biglietto da visita. Si congedano con un: “In caso la contatto io”.

Di buono è che le connessioni si creano davvero ovunque. A me è capitata una persona di spessore nel mio Uber condiviso. Nei primi tre minuti ci siamo scambiati il contatto e abbiamo fissato una call subito dopo il mio rientro in Europa. Solo dopo si è parlato di frivolezze.

Arrivato il momento del pitch di soli 60 secondi, ho trovato a stento il piccolo palco. Come gli altri, ero lì alle 15.30 spaccate. Nessun ordine di apparizione era stato comunicato al presentatore. Su uno schermo appariva il logo della startup. Dopo le prime tre startup ho scoperto che era in ordine alfabetico. Arrivato il mio turno, mi sono trovato di fronte praticamente solo gli startupper che avrebbero fatto il pitch dopo di me.

Gli stakeholder veri erano in giro per l’evento. Una cosa curiosa: il presentatore mi ha detto “ricordati di dire come ti chiami e di quale azienda sei”. Molti se lo dimenticano e perdono occasioni”. Ero rimasto di sasso. Dopotutto quello è il Disrupt. Poco prima c’era in giro la moglie di Zuckerberg, a quell’evento sono nate alcune tra le più grandi aziende al mondo. La terra delle opportunità. Non importa come, l’importante è che ti vendi. Ho detto tutto quello che potevo in 60 secondi, cercando di convincere il pubblico.

Così come chiunque prima e dopo di me. Sceso dal palco ricevo la pacca sulla spalla di circostanza dai prossimi che saliranno. Ringrazio e me ne torno al mio tavolo, dove la montagna di biglietti da visita si faceva sempre più imponente.

Mai una fiera aveva portato tanti contatti. Nessun cliente diretto ma molti che lavoravano come innovatori per i retailer. Ho parlato anche con il manager di uno dei più importanti retailer europei. Direttamente a San Francisco. Forse in Europa non creiamo abbastanza per il nostro stesso mercato?”

Il Disrupt? Una bulimia di connessioni

Dopo il Disrupt l’impressione è di una bulimia di connessioni. Di una voracità di denaro. Di una volontà di fare o trovare la prossima opportunità. Più di quanto abbia percepito in Europa, in Russia o in Cina.

È un mondo a parte. Con modalità proprie. Bisogna andarci ben preparati e senza fronzoli. Si parla solo per numeri. O sei concreto e fai risultati o non servi a nessuno. Troppo rumore a volume troppo alto. Troppe opportunità. In un mondo che grida, tu devi abbagliare”

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