«Quando papà ha avviato la sua startup nel ’96 io e mio fratello Rocco eravamo bambini di 10 e 11 anni. Prima lavorava in uno studio di progettazione, poi ha deciso che voleva costruirsi un aeroplano: è un appassionato di tecnologia e aviazione. Così trascorrevano i nostri pomeriggi dopo scuola nel capannone. Lui col camice a divertirci, noi a fare lavoretti». Il dove è importante quando si parla di aziende. Sono diversi i luoghi dell’Emilia Romagna in cui il «ronzio dei motori» fa da rumore di fondo in interi paesi. Varano de’ Melegari, lungo la Statale della Cisa, significa autodromo, significa Dallara. Massimo Bercella è la seconda generazione dell’omonima azienda specializzata nello sviluppo e produzione di componenti in materiali compositi ad alta tecnologia. I clienti finali operano nell’automotive e nell’aerospazio.

La storia di Bercella
«Qui è dove tutto è iniziato tutto – ci racconta Bercella – papà aveva amici che lavoravano nel settore auto e dunque ha avuto la possibilità di fare i primi pezzi di componentistica». Classe 1986, Massimo è partito ovviamente dal fondatore per raccontare l’azienda di famiglia, PMI che ha chiuso il 2024 con un fatturato da 12 milioni di euro e che va ad alimentare una filiera a suo avviso senza eguali nel mondo. «Per quanto riguarda automotive e motorsport l’Italia è il Paese numero uno per il prodotto che facciamo noi».

Massimo Bercella oggi è Ceo di Bercella srl e insieme al fratello Rocco (Coo) ha preso in mano l’azienda di famiglia diversi anni fa. Una storia come tante altre nell’Italia delle piccole medie imprese, dove il passaggio del testimone è spesso nella natura delle cose, anche se le controindicazioni – una su tutte: la scarsa propensione al rischio – rischiano di frenare gli affari.

La spinta della seconda generazione
Su questo il Ceo ha una visione chiara. «Ho studiato ingegneria Meccanica a Parma, poi project management a San Diego, California. E ho fatto un MBA alla Bologna Business School e un executive master alla Sant’Anna di Pisa. Da seconda generazione abbiamo tutte le attenzioni rispetto all’azienda, ma la viviamo con un po’ di distacco in più. Siamo più aperti al rischio che spesso manca nelle PMI». Ma di che cosa si occupa Bercella e come è riuscita a fornire componenti per missioni spaziali come Rosetta, Exo Mars e Eurostar NEO, collaborando con ESA, Airbus e NASA?

«Succede che nostro padre, da appassionato di auto da corsa, ha diversi amici in Maserati e Dallara. Iniziava con i primi esperimenti con la fibra di carbonio. All’epoca era un materiale esotico». Così hanno preso il via le prime collaborazioni da fornitore. «Ha comprato la prima autoclave», ha detto Massimo che si ricorda anche di quando in famiglia erano stati tra i primi ad acquisire un Pentium 4 («Eravamo gasatissimi. Un sacco di gente veniva a casa per vederlo»).

La passione per la tecnologia li ha portati a lavorare nel campo dei materiali. «La fibra di carbonio è un materiale resistente e leggero. Noi siamo trasformatori, con diversi tipi di tecnologie. Qualche esempio? «Lavoriamo su auto da corsa per Formula 2: facciamo la scocca dove siede il pilota. Ma il settore in cui stiamo crescendo è la space economy. Abbiamo un parco clienti per la produzione di strutture per satelliti in fibra di carbonio». Bercella divide il fatturato tra motorsport (55%) e aerospazio/difesa (45%).

Eccellenze made in Italy
Un’azienda che si inserisce dunque tra la motor valley e la design valley dell’Emilia Romagna. Ma dai distretti e dalle province bisogna comunque guardare al mondo. In che mercato opera Bercella? «La fibra di carbonio è quasi tutta di provenienza giapponese, l’80% della produzione viene da là, con fabbriche anche in Europa come Francia e UK». La fonte della fibra di carbonio, come ci ha spiegato il Ceo, è «di quattro o cinque aziende».
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Ci sono poi i vari passaggi dei trasformatori. Una filiera lunga e complessa. I rincari degli ultimi anni hanno impattato anche questo settore? «Nel 2021 e 2022 ci sono stati, e anche molto alti. Da quanto abbiamo appreso il motivo sarebbe che, durante la pandemia, in Cina sono stati avviati grandi progetti di parchi eolici con contratti a lungo termine. Così è stata assorbita una grande capacità produttiva».

In un periodo storico che ha grande necessità di innovazione e sviluppo, così come di talenti all’opera, l’Italia corre anche il rischio di seguire modelli sbagliati. Replicare, ad esempio, la Silicon Valley è una missione velleitaria, che non fa i conti con il tessuto imprenditoriale ed economico. Il punto di partenza sono gli attori più innovativi, nodi di un ecosistema in cui anche le startup possono giocare un ruolo. «Eravamo 40 persone all’inizio, oggi siamo 120. Da piccola startup a realtà industriale».