Startup che in Italia senza i soldi delle banche non sarebbero mai nate

MarioWay e DIS sono due giovani aziende molto diverse, ma entrambe non sarebbero in attività se non avessero fatto ricorso al prestito bancario. I venture capital? «Troppo lenti e poco propensi al rischio» dicono.

Una si occupa di vendita online di scarpe, l’altra si è inventata una carrozzella per disabili che permette loro di stare in una posizione molto più comoda rispetto a quelle standard. Due startup iscritto al registro delle imprese completamente diverse, ma con una cosa in comune: entrambe non sarebbero in attività, oggi, se non avessero potuto accedere a un prestito bancario attraverso il Fondo di Garanzia per le Pmi. E i venture capital? Sarebbe meglio (e più spensierato) vendere equity, invece di indebitarsi. Ma in Italia, dicono, questi finanziatori privati sono ancora troppo lenti e poco propensi al rischio. In Italia 1.229 aziende e startup hanno beneficiato delle agevolazioni del fondo, secondo i dati ufficiali. Forse non tutti business scalabili con operazioni di venture, ma molte di queste aziende sono passate da incubatori e acceleratori in Italia. Come MarioWay.

MarioWay, dal finanziamento in famiglia al prestito bancario

Lorenzo Pompei è uno dei fondatori di MarioWay. Ha conosciuto il suo socio Mario Vigentini a Napoli tre anni fa e gli ha fatto da business angel. L’idea di Mario era quella di realizzare una carrozzina innovativa, per la quale utilizzare basi con giroscopi così da verticalizzare le persone disabili in carrozzelle, facendole stare quasi in piedi, sicuramente più in alto e più comode. Lorenzo racconta che la l’azienda è stata costituita nel 2013, anno in cui è stato fatto anche il primo round di finanziamento family& friend di 200 mila euro ed è stata presentata la domanda di brevetto.

«Attualmente il team è composto da circa 8 persone per le quali abbiamo anche utilizzato i nuovi strumenti contrattuali offerti dal Jobs Act», aggiunge Lorenzo. Nel 2014 la startup è stata accelerata da WCap con un grant da 25 mila euro, «questo ci ha permesso di crescere e di entrare successivamente nell’orbita Unicredit Start Lab che è poi la banca che ci ha concesso il prestito», continua Lorenzo.

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I fondatori non nascondono che il posizionamento sociale della loro startup – che aiuta a migliorare le condizioni di vita di persone con disabilità, migliora la postura e aiuta la guarigione delle piaghe da decubito scaricando parte del peso sulle ginocchia – ha permesso loro di avere maggiore appeal rispetto ai bandi dedicati alle imprese innovative.

Way

350 mila euro spesi in stipendi e area tecnica

I 350 mila euro presi in prestito li hanno ricevuti  lo scorso ottobre e per il 30% li hanno  spesi in stipendi, «abbiamo creato un’area tecnica che prima non avevamo visto che dipendevamo dai fornitori», spiega Lorenzo, «ora abbiamo i nostri ingegneri e disegnatori, facciamo calcoli meccanici e strutturali per i quali prima non avevamo mezzi e competenze».

Il prestito ha permesso loro di comprare competenze all’esterno, mantenere il team e farlo crescere anche  dal punto di vista del business developement. «Bisogna tener conto del fatto che il 30-40% del nostro budget viene speso in R&S e finisce anche in tentativi andati a vuoto, poi non siamo ancora sul mercato, ma conteremo di entrare entro la metà del 2016», aggiunge il co-fondatore di MarioWay, spiegando che il prestito non è sufficiente a coprire tutte le loro spese. Per questo motivo stanno dialogando con altre istanze, valutano finanziamenti europei tramite la regione Lombardia, ma anche l’intervento di investitori privati con grosse disponibilità economiche.

«I VC italiani ci hanno fatto perdere tempo. Meglio dire no»

«I VC italiani non sono il nostro punto di atterraggio, alcuni ci hanno fatto perdere tempo senza dirci subito che non erano interessati – continua Lorenzo Pompei –  Abbiamo bisogno di NO, non di “mmmmh, aspettiamo e vediamo”. Ho avuto l’impressione che questi vc italiani aspettino di vedere se fra 5-6 mesi la startup esiste ancora. E’ un comportamento molto scorretto perché crea aspettative non giustificate e prendi anche in giro». Secondo lui i fondi italiani di venture hanno proprio poco, non vogliono assumersi il rischio imprenditoriale, e anche se fanno bene a prevenire il rischio, dovrebbero avere maggior fiuto per capire se la startup funziona o no.

Investire interessa soprattutto i 50enni 

 Secondo Lorenzo Pompei, in Italia, il Business Angel nell’accezione anglosassone del termine non esiste, «le nostre sono persone che si improvvisano, ma poi non cacciano fuori una lira. Chi è in realtà il business angel in Italia senza saperlo? Inconsapevolmente, chi ha importanti possibilità economiche, grossi capitali magari di famiglia, e anche appetito e interesse verso l’innovazione». Investire nelle startup  – secondo il co-fondatore di MarioWay – interessa soprattutto ai 50-60enni,  che in questo modo hanno la possibilità di vivere una seconda vita da imprenditori “senza tutto lo sbattimento iniziale”».

Il founder ammette di essere dispiaciuto di aver fatto debito invece di equity (cosa che avrebbe permesso di dividere il rischio), ma «con Unicredit è andato tutto molto bene, dopo StartLab del novembre 2014, la relazione è sfociata in un accordo di prestito di 5 anni più uno e il rapporto è ancora vivo, se c’è bisogno di qualcosa ci si telefona c’è una relazione molto aperta e benefica.  Senza il Fondo di garanzia “non saprei dove saremmo oggi».

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DIS e le scarpe artigianali fatte in 3D

L’idea di DIS nasce con l’obiettivo di innovare il settore tradizionale della calzatura Made in Italy o meglio Made in Marche, dove ci sono tantissimi artigiani che realizzano prodotti di altissima qualità ma non hanno le capacità di vendere le proprie creazioni all’estero e sopratutto sul web. «DIS ha voluto quindi portare sul web con un servizio innovativo i nostri artigiani, dando la possibilità a qualsiasi cliente dislocato nel mondo di creare la propria scarpa personalizzata grazie al nostro configuratore 3D. La propria scarpa, una scarpa unica, che viene poi realizzata completamente a mano dalle sapienti mani dei maestri calzolai delle Marche», ha spiegato a Startupitalia Andrea Carpineti.

320 mila euro senza i quali DIS non sarebbe nata

I fondatori di Dis ottenuto da Unicredit (anche loro sono stati finalisti della competition Unicredit Start Lab 2014) un prestito di 320.000 euro utilizzati per la creazione nuova immagine aziendale, restlyling sito web con nuove funzionalità, advertising nei mercati obiettivo. «Senza quei soldi non avrebbe mai decollato e non saremo mai riusciti a prendere la decisione di lavorare tutti full-time su DIS lasciando il nostro vecchio lavoro. Abbiamo anche assunto 2 dipendenti strategici per lo sviluppo del business», racconta Andrea.  Al punto in cui erano arrivati era fondamentale il “time-to-market”. Avevano trattative in corso con investitori che però avrebbero avuto tempi lunghi. Quindi si sono detti «intanto partiamo con le nostre forze». Nel giro di 2 mesi hanno avuto l’ok da parte di Unicredit e del Fondo di Garanzia. Tra le ipotesi che hanno scartato c’era anche il Bando Smart&Start, per via sempre di tempi molto più lunghi rispetto all’accesso al Fondo di Garanzia.

«L’incontro difficile tra startup e investitori»

“Noi startupper diciamo che è difficile trovare investitori, gli investitori dicono che non ci sono startup interessanti. Io dico: noi startupper dovremo lavorare di più sulla validazione dell’idea di business su scala internazionale, gli investitori dovrebbero rischiare qualcosina in più facendo più investimenti “di pancia””.

Lato bandi, secondo Andrea per una startup è fondamentale parteciparvi perché possono generare ritorni in tempi brevi, “interessanti quindi sono i bandi di Horizon2020 o bandi a “voucher”, dove la rendicontazione avviene in tempi brevi. Il Fondo Garanzia, come detto, la riteniamo una grandissima opportunità e un grandissimo aiuto nel caso in cui si voglia accedere al credito. Il supporto di Unicredit per noi è stato fondamentale”, conclude Andrea.

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