Il museo delle persone che ha ridato vita culturale a Favara: Farm Cultural Park

Florinda Saieva e Andrea Bartoli hanno creato uno spazio dedicato all'arte contemporanea nel cuore del centro storico della provincia di Agrigento

Lei, consulente al tribunale ecclesiastico. Lui, notaio. Favara nel cuore. Il passaggio dalle carte all’arte fatto solo per passione. È questa combinazione di fattori che ha dato vita al Farm Cultural Park di Favara, lo spazio di arte contemporanea nel cuore del centro storico della provincia di Agrigento, a pochi chilometri dalla Valle dei Templi. Un pezzo di Sicilia che innova e che il 17 maggio a Palermo sarà tra i protagonisti di Sharing Innovation, la road map di Startupitalia.eu e Banca Intesa che racconterà per tappe chi fa innovazione in Italia, regione per regione. Qui per iscriversi gratuitamente all’evento. 

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Dalle mostre all’architettura nei vicoli di Favara

Florinda Saieva e Andrea Bartoli, marito e moglie, hanno dato il via a questo progetto per una ragione personale: volevano stabilirsi e vivere a Favara, lì dove erano le loro origini. «Abbiamo acquistato degli immobili e li abbiamo ristrutturati. Da lì siamo partiti nel 2010 con una galleria e una “sandwicheria”», dice Florinda Saieva. Ora al Farm Cultural Park si alternano mostre, workshop, collaborazioni con scuole e università, presentazioni di libri, concorsi di architettura, serate musicali. Ha ospitato la mostra del provocatorio fotografo statunitense Terry Richardson. Il prossimo progetto in cantiere è quello di aprire  una piccola scuola di architettura grazie alla collaborazione del Politecnico di Milano. A fare da mentore il famoso architetto giapponese Kengo Kuma. Il Farm cultural park ha anche uno spazio di co-working che mette a disposizione delle startup che lo vogliano usare. Non si tratta di un incubatore, ma di un’opportunità per lavorare e dividere le spese.

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Un museo delle persone

Sono sei anni che l’attività del Farm Cultural Park va avanti ed è alla ricerca di una sostenibilità economica: «Per il momento continuiamo ad investire fondi nostri, convinti che il cultural park possa fare bene alla città e ai suoi abitanti. È già riuscito a darle una nuova identità, spostando i visitatori, che prima si fermavano solo ad Agrigento, più nell’entroterra», dice Florinda. Lo spirito dell’iniziativa non è imprenditoriale. È un progetto di innovazione sociale che muove dall’idea che quel posto «può renderti felice» come dice lo slogan del Farm cultural park. Da Favara sono passati molti artisti. Alcuni hanno alloggiato nella residenza a loro dedicata e i visitatori con loro hanno avuto l’occasione di confrontarsi. Già, perché l’esperimento del Farm cultural park ha un valore soprattutto per le relazioni personali che è riuscito a creare: «A noi piace definirlo un museo delle persone più che delle cose», confessa Florinda.

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Gli artisti dialogano con i visitatori

È proprio dall’iniziativa di ospitalità per gli artisti che viene il nome del progetto: «Abbiamo cominciato ad accogliere gli artisti in una masseria del 1700 in campagna». Una vera e propria farm, quindi, dove ad essere allevati non erano gli animali ma i talenti. Oggi nel farm cultural park ci sono sette piccole corti che si aprono tra palazzotti e giardini. Ricordano una kasba araba e riescono ad attirare turisti e curiosi da tutto il mondo. La pubblicità avviene soprattutto sui social e con il passaparola vecchio stile. E in più il Farm cultural Park ha trovato spazio anche sulla guida Lonely Planet. In questo modo, nel centro storico di Favara, prima abbandonato come altri centri storici della Sicilia, cominciano ad arrivare molti stranieri: «Sono soprattutto giovani, della fascia di età che va dai 25 ai 40 anni, e sono soprattutto viaggiatori che sono alla ricerca di un’esperienza e non solo di sole e di mare», spiega Florinda. C’è anche tempo per rendersi conto del contrapposizione tra l’arte degli antichi, a pochi chilometri di distanza, nella Valle dei Templi e la modernità dell’arte contemporanea, tra i vicoli e le case ristrutturate di Favara. Un contrasto che diventa dialogo anche soprattutto grazie agli artisti che contribuiscono a fare di Favara un posto dalla bellezza nascosta e inaspettata, un polo di attrazione finora poco considerato.

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