Quando l’economia migliora la sharing economy non piace più, dicono i numeri

I dati del JP Morgan Chase Institute fotografano la realtà delle principali piattaforme di lavoro online. Il picco è stato raggiunto nel 2014. Da allora c’è stato un calo nel numero dei partecipanti e nei guadagni percepiti

E se la sharing economy fosse già in declino? Ad avanzare questa ipotesi è Alison Griswold di Quartz che prende in prestito i dati elaborati dal JP Morgan Chase Institute per dimostrare la sua tesi. La realtà che esce fuori dal rapporto realizzato da Diana Farrell e Fiona Greig è quella di una diminuzione dei frequentatori delle piattaforme online che offrono “lavoro condiviso” negli ultimi 2 anni. In sostanza, il picco di utenti di questo tipo di servizi (sia dalla parte di chi li offre che dalla parte di chi ne usufruisce) è stato raggiunto nel 2014. E da allora siti e applicazioni come Airbnb e Uber registrano delle flessioni di mese in mese.

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Sempre meno partecipazione su Uber e Airbnb

Il fenomeno riguarda sia i siti che danno la possibilità di cimentarsi in un mestiere mai prima provato (labor platforms)- es. fare l’autista a chiamata – sia quelli che permettono di mettere in affitto o condividere un bene (capital platforms), come stanze o case.

Per entrambi questi servizi la crescita si è molto rallentata negli utimi tempi, segno che il boom è ormai passato. Per dirla con i numeri: il 52 per cento di chi aveva pensato di lavorare tramite piattaforme come Uber ha abbandonato il proposito nell’ultimo anno. La tendenza era già stata registrata per Uber in un documento firmato da Jonathan V. Hall e Alan B. Krueger. I due studiosi avevano analizzato la difficoltà a mantenere attivi per più di un anno gli autisti della piattaforma.

Per quanto riguarda le cosiddette capital platforms, il 56 per cento di coloro che avevano messo a disposizione i loro beni online hanno lasciato il progetto prima che fossero trascorsi 12 mesi. I dati che rappresentano la prova di questa tendenza non si riferiscono solo al calo della partecipazione degli utenti nella gig e sharing economy.

Il declino si registra anche nei guadagni di chi ha deciso di monetizzare attraverso queste piattaforme: il calo si attesta intorno al 6 per cento da giugno 2014: per soddisfare le esigenze dei clienti e aumentare i profitti, Uber e Lyft, per esempio, si sono trovati a ridurre le paghe per gli autisti. In Italia una decisione del genere presa dalla startup tedesca Foodora ha portato addirittura a uno sciopero dei riders che hanno protestato, tra le altre cose, per gli scarsi guadagni ottenuti con la loro attività di consegna del cibo a domicilio.

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Calano i guadagni, si fugge verso la stabilità

Comincia così a farsi strada la convinzione che questo tipo di occupazioni non possano permettere a nessuno di contare su un’entrata fissa. Assomigliano più a dei lavoretti per arrotondare o per tamponare in tempi di crisi. Negli Stati Uniti, in particolare, il miglioramento delle condizioni economiche ha portato molti di coloro che avevano scelto di rivolgersi a queste piattaforme a cercare impieghi più stabili e in grado di assicurare il sostentamento economico.

Leggi: Se lo chiamate “lavoro” non avete capito cosa è Foodora (né la sharing economy)

D’altronde in nessuno di questi casi si stipula un contratto di dipendenza con l’azienda che permetteva agli utenti di lavorare. Si tratta solo di una forma di intermediazione tra chi ha bisogno di un servizio e dei lavoratori che comunque restano autonomi. Con tutto quello che questo comporta in termini di precarietà e di diritti. Il turn over su queste piattaforme è quindi molto elevato: ogni mese un utente su sei è nuovo, ma in un anno più della metà dei partecipanti abbandona. Questo significa che aumentare l’impegno degli attuali collaboratori è sempre più difficile.

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I lavoretti attirano chi è disoccupato

Non è un caso che a rivolgersi alla sharing economy sia soprattutto chi si trova in condizioni economiche difficili. Per quello che riguarda le labor platforms, gli utenti che hanno cercato di guadagnare con i lavoretti a disposizione online sono soprattutto disoccupati.

Questo tipo di impiego incide quindi in maniera più considerevole in termini percentuali sulle entrate totali di chi ha un reddito più basso. Questa è anche la categoria di coloro che rimangono legati alle piattaforme di lavoro online per più tempo, dato che spesso non hanno la possibilità di trovare altro. Tra coloro che abbandonano in meno di un anno, infatti, le persone a più alto reddito e più giovani rappresentano la maggioranza.

C’è da dire comunque che mentre si registra quanto meno una stagnazione nel numero di partecipanti alle piattaforme online, aumentano coloro che lavorano come freelance e lavoratori autonomi. Secondo i professori Lawrence F. Katz e Alan B. Krueger la percentuale è cresciuta dal 10,7 per cento del 2005 al 15,8 per cento del 2015. Per questi lavoratori la sharing economy è sempre stata solo una delle possibilità.

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