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Mag 10, 2019

La nuvola, l’AI e la nuova Oracle

Il cambiamento nasce, sempre, dalle persone. Così l'azienda di Redwood City ha deciso di ripartire da una nuova generazione di tecnici e manager per innovare ancora in Silicon Valley (e non solo)

C’è una leggenda a Redwood City, nel campus che ospita la sede di Oracle, che riguarda il fondatore: una leggenda che poi proprio tale non è, visto che più volte è capitato di vedere Larry Ellison seduto allo stesso tavolo dei giovani sviluppatori a scambiarsi idee e soluzioni per modellare la prossima release del software che ha fatto la fortuna dell’azienda. Una leggenda che a ben vedere descrive al meglio lo spirito che si respira in questi giorni nel quartier generale di una delle grandi della Silicon Valley: la sensazione che si prova a parlare con chi lavora qui è quella di avere a che fare con chi sente di avere tra le mani una delle chiavi del nostro futuro. Una chiave costituita di AI e dell’entusiasmo di giovani appena usciti dall’università e reclutati per portare una visione nuova: ma che allo stesso tempo ha i piedi saldamente piantati in una storia di oltre 40 anni che consente mettere a fattor comune l’esperienza dei veterani coi nuovi arrivati.

Quello che sta succedendo a Redwood City lo si potrebbe raccontare in due modi: si potrebbe parlare della nuova tecnologia che viene inserita all’interno di prodotti consolidati e che ne esaltano le capacità, consentendo grazie al cloud e al machine learning di fare di più e meglio. Oppure, e forse è questo il modo migliore per rendere l’idea di quanto sta accadendo in California (e negli altri punti nevralgici di una multinazionale con un forte radicamento anche in Europa e Asia), si può parlare del modo in cui le persone che incontri in quegli uffici raccontano il cambiamento in atto: ci sono i capitani di lungo corso, a partire dal CEO Mark Hurd, ma soprattutto ci sono le nuove reclute che sono salite a bordo attirate dalla possibilità di cambiare il modo stesso in cui oggi è percepita Oracle dal pubblico. E che vogliono cambiare il mondo: cambiare il mondo un database alla volta, potremmo dire.

Il punto di partenza

Il quadro generale da cui partire è quello tracciato dallo stesso CEO: l’economia USA va bene, in altre nazioni c’è qualche rallentamento (la Cina e l’Europa soprattutto), ma nel complesso stiamo assistendo a un momento di consolidamento significativo del mercato cloud e delle piattaforme SaaS. “Il mercato delle app, anche se ancora frammentato, si sta polarizzando attorno ai vendor principali che ormai detengono percentuali del mercato di un ordine di grandezza superiore alle concorrenti – ha detto Hurd ai giornalisti nel corso degli Oracle Media Days – La dimensione di questi grandi vendor genera un cashflow tale da consentire di consolidare ulteriormente la piattaforma e gli investimenti per spingere ulteriormente la deframmentazione del mercato, con vantaggi per tutti”.

Di fatto, e ce lo dice anche il SVP del cloud Oracle Steve Daheb nel corso di una chiacchierata, l’iniziale diffidenza nei confronti della nuvola si è ormai dissipata: “I nostri clienti e partner non ci chiedono più se devono passare o meno al cloud: ormai è questione di come, non di se, ed è scontato che il viaggio verso la nuvola non sarà uguale per tutti e non tutto dovrà andare nel cloud da un giorno all’altro. Non è più neppure questione di spostare semplicemente i dati su cloud: la questione è cosa fare con questi dati, e gli strumenti a disposizione possono essere cruciali per il successo di alcuni tipi di business”. È iniziata la seconda era del cloud, e ci sono molte opportunità da cogliere da ambo le parti.

I nostri clienti e partner non ci chiedono più se devono passare o meno al cloud: ormai è questione di come, non di se, ed è scontato che il viaggio verso la nuvola non sarà uguale per tutti e non tutto dovrà andare nel cloud da un giorno all'altro.

L’altro passaggio cruciale riguarda l’intelligenza artificiale, che da buzzword si sta trasformando in qualcosa di più. Ancora Hurd: “AI non è più intesa come un’entità a cui inviare dei dati per ottenere qualche tipo di elaborazione in cambio: l’intelligenza artificiale sta entrando nelle app e nei database per automatizzare i processi di analisi ed elaborazione dei dati, ma anche per ottimizzare il funzionamento dei database stessi. Oggi l’AI potrebbe dirti quale università frequentare basandosi sulle informazioni che transitano nella tua email, tanto per fare un esempio, e questo stesso principio si estende a tutti i campi dove ci sono numeri e informazioni in quantità da analizzare”.

Non c’è una sola via

Parliamo di persone, però, non di tecnologia: era questa la premessa. E quindi, persone: a un certo punto della giornata, Michael Hickins (che ha un passato da reporter, e oggi guida la strategia media di Oracle) sfodera un bel cappello e inizia raccontare da dove arriva. Glielo ha regalato la moglie: è un prodotto di serie ma totalmente personalizzato nel colore, nel tessuto, nelle finiture e nei dettagli per adattarsi perfettamente ai suoi gusti e al suo stile. Ecco, oggi una piattaforma cloud funziona un po’ allo stesso modo: c’è una varietà di opzioni tra cui scegliere, ciascuno può attingere a diverse funzioni e soluzioni a seconda delle proprie esigenze (per esempio per migrare il marketing, o per la gestione delle HR) e costruirsi il proprio “menu ideale” nella cucina cloud.

Da sfatare c’è anche un mito, quello che vuole il database Oracle come un prodotto squisitamente enterprise e complesso da gestire: “Stiamo portando avanti una vera democratizzazione delle tecnologie – ci dice sempre Steve Daheb nel corso della nostra conversazione – Oggi uno stagista del marketing può svolgere in autonomia un lavoro che fino a pochi anni fa era riservato a un intero reparto di una grande azienda”. In più oggi sulla nuvola di Oracle si parlano tante lingue: l’utente finale non è più soltanto il database analyst, a bordo possono salire anche sviluppatori o semplici utenti che useranno le app disponibili in cloud (native o portate sul cloud stesso). Per questo è stato abbracciato un approccio open che consente di far girare quasi ogni tipo di linguaggio, così da poter sfruttare anche le funzioni avanzate per l’analisi delle immagini o l’high performance computing legate al cloud.

 

A portare avanti lo sviluppo di questa piattaforma ci sono menti giovani: Hamza Jahangir guida i Cloud Solution Hub che sono pieni di neo-laureati provenienti dalle migliori università statunitensi e indiane, reclutati direttamente nei campus per portare la loro carica di innovazione e freschezza. Sono impegnati 24 ore su 24, 365 giorni l’anno, a cercare di immaginare soluzioni che mettano AI, machine learning, blockchain al servizio di attività comuni: per esempio per tracciare i problemi nelle consegne di un e-commerce, con una catena di tracciabilità che permetta di capire se e quando un bene è stato danneggiato nel trasporto e migliorare la qualità del servizio. Oppure agire nella nostra vita raccogliendo le informazioni che arrivano da cellulari, sensori e ogni tipo di device elettronico, per fornire ai medici informazioni preziose per le nostre cure, o semplificarci la vita organizzando il nostro arrivo in aeroporto, in hotel, in casa.

La nuvola, prima di tutto

Ci sono tante ragioni per scegliere il cloud oggi (e sono più di quante non fossero 10 anni fa). Alcune hanno a che fare con l’AI, ne abbiamo già scritto poche righe or sono: dentro la struttura dell’Oracle Cloud sono ormai integrati gli algoritmi dedicati, per esempio, all’ottimizzazione, alla sicurezza e alla gestione dell’Autonomous Database. Ma quegli stessi algoritmi operano anche all’interno di tutte le app che Oracle sviluppa all’interno della sua nuvola: in un ERP, in un CRM, in un software per la gestione del personale. Un database nella nuvola permette di combinare assieme dati provenienti da fonti eterogenee, di operare su quei dati stessi e sulle operazioni transazionali che quei dati svolgono tra di loro. Di generare altri dati, con un valore superiore e che ci mettono in condizione di fare di più. Ma l’AI non è una scatola nera: è una scatola dalle pareti trasparenti, che mostra come analizza e gestisce i dati e che permette al fattore umano di avere l’ultima parola.

Quello che a Redwood ripetono fino allo sfinimento è che non si tratta, solo, di una questione tecnologica: oggi scegliere questo tipo di soluzioni è un’esigenza a livello di business, e non si parla di tagliare i costi (non solo). Con i servizi e le app cloud si può fare di più, e farlo in modo totalmente diverso da quanto mai fatto fino a oggi: c’è Mana, azienda che produce alimenti terapeutici per pazienti affetti da malnutrizione, che ha messo in piedi una intera infrastruttura di produzione in diversi stabilimenti sparsi in diversi Stati senza la presenza di alcun server locale. Tutto è gestito in cloud, serverless, con tutto ciò che questo comporta: per esempio l’analisi dei dati centralizzata per valutare la qualità del prodotto finale, e al contempo minimizzare i costi dell’hardware (niente aggiornamenti!) per concentrarli su altri tipi di attività più strettamente legati al core business.

Ma l'AI non è una scatola nera: è una scatola dalle pareti trasparenti, che mostra come analizza e gestisce i dati e che permette al fattore umano di avere l'ultima parola.

Di esempi come questi se ne possono fare molti: un Autonomous Database è più sicuro perché applica automaticamente le patch di sicurezza, è più veloce perché è ottimizzato costantemente e gira su hardware espressamente progettato (Oracle custodisce tutta la tradizione e l’esperienza di Sun Microsystems), consente di spostare le proprie risorse IT dalla manutenzione all’innovazione. Consente di accelerare quel progresso da product company a service company che tutti propugnano: ma soprattutto permette di farlo con strumenti in linea con la cosiddetta consumerizzazione dell’IT, mettendo a disposizione chatbot, assistenti vocali, tutto quanto serve a stare al passo coi tempi e con le richieste del personale stesso (vecchio e nuovo) in azienda.

Quello che sta accadendo, nei fatti, è che ci siamo trasformati in una intera società guidata dai dati: l’AI ci serve a dare un senso a tutto questo, a districarci in questo oceano di informazione. Gli investimenti da fare possono essere minimizzati lato tecnologia per massimizzarli nelle risorse umane: lo sta facendo Oracle stessa, con la nuova leva di giovani che guida la sua rinnovata forza vendita e di sviluppo. Non è solo un interruttore da accendere: come dice Andrew Mendelsohn, il vicepresidente che si occupa della tecnologia alla base dei database Oracle, abbiamo iniziato “un viaggio che porterà dal vecchio al nuovo”. E Oracle si offre di stare accanto ai suoi clienti, di non lasciarli da soli a gestire il cloud: di lavorare assieme per costruire un nuovo modello di business, e il percorso per traghettarci tutti nella nuova realtà.

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