Colossi sul Web, nanerottoli per il Fisco. Quanto (non) versano Google&Co
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Ultimo aggiornamento il 27 novembre 2019 alle 21:24

Colossi sul Web, nanerottoli per il Fisco. Ecco quanto (non) versano Google & Co

Tra il 2014 e il 2018 Amazon, Apple e Google hanno risparmiato complessivamente 74 miliardi. Nel 2018 hanno dato all'erario italiano appena 64 milioni

Sono diventati grandi, grandissimi, grazie all’etere, ma quando si parla di soldi, giganti come Google, eBay o Amazon risultano assai più concreti e materiali di quanto non si immagini, perché nelle loro casseforti è stipato un vero e proprio tesoro (per molti destinato a salire ulteriormente in periodi come questo, di Black Friday). E, proprio grazie all’immaterialità del loro commercio, pagano pochissime tasse, quasi nulla rispetto ai bilanci. Al Fisco non resta altro da fare che chiedere i soldi ai contribuenti più piccoli, i soliti noti, cui non sono concesse le medesime opportunità di fuga. Tutto questo avviene alla luce del sole, semplicemente scegliendo dove piantare il cartello dell’HQ in base alla convenienza fiscale.

© Image by "FilipFilipovic" from Pixabay

I soldi sottratti (legalmente) al Fisco

A fare i conti in tasca ai colossi del Web gli analisti di R&S Mediobanca. Globalmente, nel 2018, Amazon & Co hanno pagato 17,6 miliardi di tasse, risparmiando 5 miliardi grazie al ricorso a paesi a fiscalità agevolata, 1,3 miliardi grazie alla riforma fiscale degli Usa e 6,3 miliardi per i crediti fiscali relativi alle attività di ricerca. Non è un caso, d’altra parte, se tutte le sette WebSoft cinesi hanno sede fiscale alle Cayman mentre 13 delle 14 statunitensi, con l’eccezione di Microsoft, nel Delaware. Tra il 2014 e il 2018 i risparmi si fanno ancora più esorbitanti: non meno di 74 miliardi di dollari, dovuti al Fisco degli Stati in cui di fatto operano, ma legittimamente risparmiati grazie alle scappatoie offerte dalla legge.

© Wikipedia

La situazione in Italia

E da noi? Nel 2018 i colossi hanno versato al Fisco 64 milioni di euro, poco, pochissimo, ma con un incoraggiante +59% sul 2017 e hanno pagato sanzioni per 39 milioni, con un calo del 50% circa rispetto ai 73 milioni dell’anno precedente. Circa la metà dell’utile lordo delle WebSoft è tassato in Paesi a fiscalità agevolata. Il tax rate effettivo delle multinazionali WebSoft è pari al 14,1%, enormemente al di sotto di quello nominale del 22,5%. Nel periodo 2014-2018 la tassazione in Paesi a fiscalità agevolata ha determinato per Apple un risparmio fiscale cumulato che sfiora i 25 miliardi.

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La duplice concorrenza sleale

E così, soprattutto per quanto riguarda i siti e-commerce, la concorrenza con il negozietto sotto casa si è fatta duplice: i siti sottraggono clienti e gli addossano pure la fetta di tasse da pagare, perché lo Stato i soldi per finanziare i servizi a qualcuno dovrà chiederli. In Italia, poi, tutto assume proporzioni ancora più esasperate. La CGIA di Mestre lancia ripetutamente allarmi destinati a cadere nel vuoto: PMI, startup e lavoratori autonomi pagano più tasse delle aziende medio-grandi.

Nel 2018, per esempio, il popolo delle partite Iva e le piccole imprese hanno versato al fisco 42,3 miliardi di euro, pari al 53 per cento degli oltre 80 miliardi di imposte versate da tutto il sistema produttivo. Tutte le altre, prevalentemente medie e grandi imprese, invece, hanno corrisposto “solo” 37,9 miliardi (il 47 per cento del totale). “In buona sostanza – dicono gli analisti di Mestre – i piccoli hanno versato 4,4 miliardi di tasse in più rispetto a tutti gli altri”.

Verso un’Unione europea fiscale?

Lo scorso anno l’allora vicepremier Luigi Di Maio per arginare il fenomeno della “concorrenza sleale” provò a proporre la chiusura obbligatoria festiva per i siti dell’e-commerce. Difficilmente attuabile e dai risvolti concreti assai dubbi, venne presto dimenticata. Sarebbe invece più facile porre in essere, almeno in ambito europeo, una tassazione comune, con aliquote identiche o quanto più vicine tra loro possibile, vera e propria base di partenza per eliminare la concorrenza sleale tra Stati e frenare le peregrinazioni dei colossi (non solo del Web) verso lidi ambiti come l’Olanda, l’Irlanda, Malta e Cipro. Insomma, almeno per il Fisco, le frontiere all’interno del Vecchio continente esistono ancora eccome.

© Wikipedia

E mentre l’Italia attende ancora la Web Tax (entrerà in vigore il prossimo gennaio e prevede un prelievo del 3% per le imprese con ricavi ovunque realizzati non inferiori a 750 milioni e ricavi derivanti da servizi digitali non inferiori a 5,5 milioni), c’è chi fa notare che i colossi di Internet sono i soli, in una economia asfittica come la nostra, a spingere i consumi e a creare occupazione. Verissimo. Ormai le filiali italiane danno lavoro a oltre 9.800 lavoratori (pari allo 0,5% del totale) e, rispetto al 2017, si calcolano 1.770 dipendenti in più, in massima parte assunti dalle società del Gruppo Amazon che vanta il maggior numero di occupati in Italia (4.608). Ma questo può bastare a suggerire di andarci leggeri quando si tratta di esigere le tasse?

 

Probabilmente no, anche perché i numeri totalizzati sono da capogiro. Il podio del fatturato resta in mano ancora agli statunitensi (Amazon, Alphabet, la holding di Google, e Microsoft, hanno registrato circa la metà dei ricavi aggregati del settore), inseguite però dalle cinesi Netease (+54,8%) e Alibaba (+49,1%), a loro volta tallonate da Facebook (+45,5%). Nel 2018 le 25 WebSoft più ricche hanno generato un giro d’affari di 850 miliardi, con una crescita costante e inarrestabile annua superiore al 20% dal 2014. Si tratta di un valore pari a metà del Pil di un Paese come il nostro. Che potrebbe essere maggiore, se si riuscisse a esigere da tutti i contribuenti quanto dovuto.

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