Fiumi inquinati: l’impianto "mangiaplastica" che sfrutta la corrente e l'AI
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Ultimo aggiornamento il 22 febbraio 2020 alle 7:00

Fiumi inquinati: l’impianto “mangiaplastica” che sfrutta la corrente e l’AI

La startup Blue Eco Line lancia il progetto River Cleaner. Dalla barriera galleggiante i rifiuti vengono spinti in un invaso per una raccolta smart e green

«L’80% dei rifiuti presenti nei mari proviene dai fiumi. Siamo partiti da questo dato per trovare una soluzione all’emergenza globale dell’inquinamento da plastica». Lorenzo Lubrano fa ancora l’Università a Firenze, dove studia ingegneria in magistrale, ma ha già messo in piedi una startup – Blue Eco Line – insieme a Olimpia Rossi (Co-Founder), e ai colleghi di facoltà Micheal Mugnai e Camilla Cantiani. «Il nostro obiettivo è fornire un impianto tecnologico e sostenibile che abbatta i costi di raccolta – ha spiegato a StartupItalia – Ad oggi una pubblica amministrazione può spendere fino a 40mila euro l’anno per raccogliere manualmente tutti i rifiuti trattenuti nei fiumi dalle barriere galleggianti. Con River Cleaner questa operazione si fa grazie alla corrente e a un nastro trasportatore che convoglia la plastica dentro a cassonetti su una delle sponde».

Il percorso in Hubble

Blue Eco Line è stata fondata a Firenze alla fine del 2018 e ha appena concluso il quinto batch di Hubble, il programma di accelerazione di Nana Bianca, Fondazione CR Firenze e Fondazione per la ricerca e innovazione dell’Università di Firenze.

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Come funziona River Cleaner

«Il nostro impianto si può installare sulla sponda di un fiume o di un canale – ha descritto il CEO – è progettato per ricevere tutte le plastiche raccolte da una barriera flottante che viene posizionata di traverso tra una riva e l’altra, proprio per sfruttare la corrente». L’innovazione non sta nel “setaccio”, prodotto già utilizzato lungo diversi fiumi e dai consorzi di bonifica. «Ma i costi di gestione sono alti perché periodicamente vanno fatte uscire squadre di operatori per recuperare tutto a mano. River Cleaner, invece, convoglia tutti i rifiuti in un invaso, da lì su un nastro trasportare e infine in grandi cassonetti. Quando sono pieni il computer dell’impianto avverte la nettezza urbana che viene a ritirare l’immondizia».

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I primi impianti

Il primo progetto pilota di River Cleaner dovrebbe partire quest’anno in Toscana, dove Blue Eco Line sta dialogando con pubbliche amministrazioni, autorità portuali ed enti di bonifica. «Entro un mese contiamo di partire con lo studio di fattibilità su un canale a Viareggio. In ballo c’è anche un’iniziativa a Grosseto». A differenza di altre startup che hanno il target sui consumatori, i clienti di quest’azienda sono le pubbliche amministrazioni che non sempre riescono a monitorare in maniera efficiente l’inquinamento dei fiumi. «Lungo l’Arno basterebbero due nostri impianti per potenziare la raccolta», ha fatto l’esempio Lubrano. Secondo i dati forniti dalla startup il costo di un impianto di piccole/medie dimensioni si aggirerebbe intorno ai 200mila euro, «una spesa che il committente potrebbe recuperare in pochi anni».

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Sostenibilità governata dall’intelligenza artificiale

Tutto l’impianto, dal nastro trasportatore fino al sistema di scambio dei cassonetti quando uno di questi è pieno, viene governato dall’intelligenza artificiale. «Un computer industriale comanda tutti i motori di River Cleaner e grazie a una rete neurale possiamo controllare da remoto la quantità di plastica e rifiuti raccolti». L’impianto non richiede alcuna presenza sul posto: le PA e la startup monitorano tutto da remoto. «Il nostro modello di business – ha detto il CEO – è vendere il pacchetto progettuale dell’impianto, il software di gestione, la gestione e la manutenzione annue». Il sistema è progettato per attivarsi in ogni momento, senza alcun intervento di operatori, garantendo così un taglio dei costi. In caso di piena l’AI è in grado di limitare i danni all’intera struttura.

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L’esperienza in Hubble

«Oltre alle occasioni di networking e di scambio fra startup, l’esperienza in Hubble è stata fondamentale per capire come presentarci al meglio ai nostri potenziali clienti – ha concluso Lorenzo Lubrano – siamo ingegneri, dunque usiamo un linguaggio tecnico. All’inizio facevamo fatica a ottenere l’attenzione degli interlocutori. Ora sappiamo su cosa far leva per proporre un impianto che può contribuire a risolvere un problema globale».

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