FiberCop, la via italiana alla rete unica - Startupitalia
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Ultimo aggiornamento il 1 settembre 2020 alle 12:50

FiberCop, la via italiana alla rete unica

Tempi stretti per completare la prima tappa verso la creazione di un'infrastruttura unica per la fibra. E in futuro si punta a creare una società che offra banda larga anche mobile

L’idea italiana per portare a compimento la creazione di una infrastruttura per la banda larga e ultralarga passa per una rete unica: le fondamenta per la nascita di questa realtà sono stati gettati con la firma di una lettera d’intenti da parte tra gli altri di TIM e Fastweb, con la regia del Ministero per lo Sviluppo Economico e con l’assenso di Cassa Depositi e Prestiti (che giocherà un ruolo molto importante da qui in avanti), e vedrà in tempi brevi la nascita del primo soggetto aggregato deputato al completamento di questa operazione. FiberCop metterà insieme i primi pezzi della banda larga nazionale, ma già si guarda alla possibilità di unire anche l’infrastruttura Open Fiber per creare un soggetto unico che faccia da operatore neutrale tra gli stakeholder.

Un’operazione complessa, una missione semplice

Entrare nei dettagli della nascita di FiberCop può essere complesso: il Ministro Patuanelli ha dovuto orchestrare una intricata trattativa tra i diversi soggetti coinvolti, prima su tutti TIM, che fino a oggi hanno avuto interessi contrapposti e che invece adesso convergeranno verso un obiettivo comune. Per arrivare a questo risultato TIM si è alleata con un fondo USA, KKR Infrastructure, e con la già citata Fastweb: la nuova FiberCop è dunque a tutti gli effetti una società (controllata al 58% da TIM, per il 37,5% da KKR e per il restante 4,5% da Fastweb) il cui patrimonio è costituito dall’attuale rete in rame di TIM (quella che arriva in casa degli utenti): in seguito anche la rete in fibra di TIM entrerà nel pacchetto, ma a condizione che si completi la seconda parte dell’operazione.

 

Il passaggio successivo, che dovrebbe dare vita alla rete unica gestita da AccessCo, prevede la fusione con Open Fiber: a quel punto il nuovo soggetto avrebbe a disposizione il grosso della fibra ottica presente sul territorio nazionale, ma per sciogliere il nodo occorrerà convincere Enel (che controlla il 50% di Open Fiber) a cedere su questo punto. Tutto si giocherà sulla valorizzazione che verrà attribuita all’infrastruttura esistente: quanto vale oggi la fibra già posata sullo Stivale, che tipo di contropartita potranno ricevere TIM e Enel (che sono pur sempre società private e quotate in Borsa)? L’idea alla base della nascita di AccessCo è che il problema infrastrutturale venga risolto da un soggetto distinto da chi invece su quella infrastruttura offrirà servizi: un cambiamento sostanziale nell’attuale modello di business prevalente.

Il Ministro Patuanelli, nel commentare l’operazione, si spinge addirittura oltre: in una intervista concessa a Il Sole 24 Ore si spinge a immaginare che AccessCo “alla fine, completati i vari tasselli, oltre alla fibra ottica dovrà includere anche 5G, data center e server di prossimità”. In altre parole, il MISE oggi immagina un fornitore unico di connettività che offra anche mobile e cloud (probabilmente includendo anche l’impegno italiano nel progetto Gaia X): un partner tecnologico che si occupi in modo specifico del problema infrastrutturale, liberando gli operatori degli oneri di questo tipo e consentendogli di creare un mercato di servizi sulla falsa riga di quanto già fanno i cosiddetti over-the-top (come Google o Netflix).

 

I fondi per finanziare la crescita della nuova rete, per completarne l’infrastruttura, potranno arrivare anche dal Recovery Fund: il Ministro Patuanelli parla di 6 miliardi di euro che potrebbero essere decisamente utili per completare la copertura attuale ed estenderla anche alle aree grigie o bianche (quelle dove è meno conveniente investire), poiché “La banda larga è uno dei tasselli fondamentali per la digitalizzazione del paese”. Di fondo il mantra è sempre lo stesso: il futuro del Paese sarà determinato dalla nostra capacità di iniettare digitale nel sistema economico, e una condizione fondamentale perché ciò accada è ovviamente che ci sia banda larga per tutti.

Cosa succede adesso

Tutti, ma proprio tutti, promettono che FiberCop inizierà a operare in tempi stretti: 6 mesi al massimo, entro l’inizio del 2021, un piccolo record considerato come di solito vanno queste cose nel nostro Paese. Come opererà FiberCop, e poi AccessCo più avanti, è decisamente più complesso da spiegare: di fatto a TIM resterà il vantaggio economico derivante dalla costruzione e manutenzione della rete, ma la governance del nuovo soggetto sarà condivisa con Cdp (ecco che entra in campo un soggetto pubblico) così da assicurare che l’infrastruttura non sia piegata agli interessi di alcun stakeholder.

 

La scelta di Cdp non è stata casuale: “Un investitore paziente come la Cassa non può che promuovere progetti di questa natura – ha spiegato Fabrizio Palermo, amministratore delegato di Cdp, a La Repubblica – Il ruolo di un soggetto come la Cdp è quello di garante della stabilità della società che sta nascendo e degli investimenti infrastrutturali. Parlerei di capitalismo paziente e spesso permanente”. Palermo si spinge addirittura a definire questa operazione come la prima tappa de “la nuova via italiana al capitalismo misto, pubblico e privato”: ribadendo come la missione di Cdp resti quella di investire nello sviluppo del Paese, che in questo caso passa inevitabilmente dalla banda larga.

 

Soddisfatto per il ruolo di Cdp è anche Alberto Calcagno, AD di quella Fastweb che è la terza gamba di FiberCop: “L’adesione di Cdp che adesso è più vicina toglie qualsiasi dubbio sul ruolo di pivot che FiberCop svolgerà nel chiudere definitivamente il gap delle reti a banda ultralarga nel paese. Con la partecipazione a questo accordo, Fastweb conferma la sua vocazione infrastrutturale: rimaniamo concorrenti agguerriti di TIM sui servizi ma ci impegniamo in modo diretto ed importante sullo sviluppo delle infrastrutture, portando avanti il ruolo di innovatori che ci ha contraddistinto negli ultimi 20 anni”.

 

Tornando ai tempi di realizzazione, argomento spinoso visto che sono più di 20 anni che si discute di rete unica e banda ultralarga in Italia, la palla ripassa a Palermo: che si sbilancia e parla di un paio d’anni al massimo per vedere AcessCo diventare una realtà e iniziare a operare. Sempre che la manovra trovi consenso anche a livello europeo: ma in questo senso a Via Veneto sono ottimisti, i vertici del MISE ritengono che il piano italiano per la banda ultralarga sia in linea con le indicazioni dell’Unione Europea.

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