Perché la salute del pianeta passa dalla bioeconomia? Ne parliamo a StartupItalia Live - Startupitalia
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Ultimo aggiornamento il 11 settembre 2020 alle 8:00

Perché la salute del pianeta passa dalla bioeconomia? Ne parliamo a StartupItalia Live

Lunedì 14 settembre non perdetevi la nostra Live dedicata al progetto “Biotech, il futuro migliore”. Elena Sgaravatti, CEO di Demethra Biotech e coordinatrice del tavolo tecnico di lavoro su questo nuovo paradigma di sviluppo economico e sociale ci introduce ai temi che verranno discussi

“Non è più possibile disgiungere la salute individuale dalla salute del pianeta che ci ospita. A maggior ragione, come ci ha dimostrato la pandemia da nuovo coronavirus, se ci vogliamo occupare in maniera efficace della salute dei singoli individui e delle popolazioni, dobbiamo pensare anche a un miglior utilizzo e consumo del suolo, dell’acqua e dell’aria, perché tutelare l’ambiente significa salvare noi stessi”. Potrebbe ripartire dalle parole di Riccardo Palmisano, presidente di Assobiotec Federchimica, la terza tappa del progetto “Biotech, il futuro migliore – Per la nostra salute, per il nostro ambiente, per l’Italia”, che avrà luogo lunedì 14 settembre e sarà dedicata alla ripartenza sostenibile del Paese grazie alla rivoluzione della bioeconomia. Un pensiero che Palmisano ha condiviso fin dalla fase iniziale dello stesso progetto – promosso da Assobiotec Federchimica in partnership con StartupItalia – quando si è guardato prima di tutto alle lezioni da trarre da questa pandemia.

Per chi avesse perso le prime due puntate speciali di StartupItalia Live dedicate al progetto (qui potete recuperare la prima e qui la seconda), ricordiamo che “Biotech, il futuro migliore”, tra giugno e ottobre, prevede quattro appuntamenti preparatori a un grande evento finale, il 9 novembre 2020, per sensibilizzare il pubblico sul ruolo e l’importanza delle biotecnologie, sia per la capacità di migliorare le nostre vite sia come asset strategico su cui puntare per il rilancio e in generale il futuro del Paese. Il format prevede quattro speciali di StartupItalia Live – sulle nostre pagine Facebook, LinkedIn e YouTube – alle quali partecipano diversi ospiti moderati da Giampaolo Colletti, manager e giornalista su molte testate nazionali, tra cui anche StartupItalia. Le sessioni live hanno l’obiettivo di divulgare i principali messaggi emersi nelle riunioni, a porte chiuse, dei gruppi tecnici di lavoro, che si svolgono precedentemente tra gli associati di Assobiotec, gli stakeholder del settore e le Istituzioni. L’evento conclusivo, previsto per il 9 novembre, diventerà anche l’occasione per presentare un Manifesto e, soprattutto, un Documento di posizione, con proposte operative per la crescita e lo sviluppo del settore, da mettere a disposizione del governo italiano.

Lunedì 14 settembre, dunque, il progetto compie la sua terza tappa con un tavolo di lavoro e una nuova puntata speciale di StartupItalia Live, questa volta dedicati al tema “Ripensare consumi e impronte sul mondo: la rivoluzione della bioeconomia”, di cui le biotecnologie industriali e agricole costituiscono la principale leva di innovazione. Per introdurne gli argomenti di discussione, abbiamo intervistato Elena Sgaravatti, CEO di Demethra Biotech e consigliere del Consiglio di Presidenza di Assobiotec Federchimica, che coordinerà il gruppo tecnico di lavoro dedicato alla bioeconomia.

StartupItalia: Dott.ssa Sgaravatti, chiariamo subito il tema al centro del prossimo appuntamento: a cosa ci riferiamo esattamente quando parliamo di bioeconomia?

Elena Sgaravatti: Parliamo di un’economia che impiega le risorse biologiche, che provengono dal mare, dalla terra, ma anche dai rifiuti, come input per la produzione industriale, energetica, alimentare e mangimistica.

SI: Perché si parla di rivoluzione della bioeconomia?

ES: Perché è un cambio totale di paradigma economico: la bioeconomia riconcilia l’economia con l’ambiente, ponendo lo sviluppo entro i limiti del pianeta e generando valore nei diversi territori. La rivoluzione per compiersi deve essere economica, sociale, ma anche fortemente culturale. C’è bisogno di un cambio di mentalità da parte di tutti gli attori coinvolti: mondo agricolo, industriale, ricerca, Istituzioni e opinione pubblica. È necessario liberarsi da pregiudizi, frutto di sedimentazioni passate e ideologie oscurantiste, e bisogna avere uno sguardo rinnovato a quanto di meglio possiamo fare grazie alle straordinarie leve che oggi abbiamo la possibilità di utilizzare.

SI: Che ruolo giocano le biotecnologie in questa rivoluzione?

ES: Le biotecnologie come key enabling technologies – e quindi in quanto tecnologie abilitanti chiave – possono essere considerate il vero motore della bioeconomia. Consentono di realizzare processi più efficienti sia dal punto di vista economico che dal punto di vista ambientale, e in alcuni casi persino di ottenere prodotti che non potremmo avere impiegando le fonti fossili. Queste tecnologie rappresentano la leva di sviluppo e innovazione in cui, in questi ultimi anni, sta investendo con decisione l’industria chimica, dopo il grande sviluppo registrato nei decenni passati nell’area della salute.

SI: Si parla sempre di più di bioeconomia circolare: qual è il rapporto tra bioeconomia ed economia circolare?

ES: C’è una connessione strettissima per realizzare il principio basilare della sostenibilità. Oggi la bioeconomia si basa sull’impiego di scarti, sottoprodotti dell’industria alimentare, rifiuti organici che diventano nuovi prodotti e consentono di chiudere il ciclo del carbonio, riportando nutrienti fondamentali al suolo. D’altra parte, l’economia circolare risulta davvero dirompente se abbandona le fonti fossili per impiegare fonti biologiche rinnovabili.

SI: In questo scenario, quindi, i decreti End of waste – che riguardano la cessazione della qualifica di rifiuto al termine di un processo di recupero – possono assumere un ruolo fondamentale nella creazione di nuove filiere.

ES: Senza dubbio. Il rifiuto, da “problema da smaltire” e gestire, diventa materia prima secondaria per sviluppare prodotti innovativi e sostenibili. Il tema dell’End of waste è centrale e auspichiamo che il legislatore possa regolamentare nei tempi più rapidi possibili i diversi settori coinvolti.

SI: La pandemia causata dal nuovo coronavirus ha reso ancora più evidente la necessità di ripensare il modello di sviluppo economico in una logica di maggiore attenzione alla sostenibilità e al rispetto ambientale. In questo contesto, caratterizzato sia da un’emergenza sanitaria che ambientale, una ripartenza sostenibile passa dalla bioeconomia circolare?

ES: La bioeconomia circolare è un pilastro del Green New Deal, su cui si basa la ripartenza dell’Europa e dell’Italia. Noi oggi sappiamo che l’impronta dell’uomo sul pianeta sta generando effetti catastrofici, che vanno ben al di là della crisi legata al Covid-19. Urbanizzazione, deforestazione e sovrasfruttamento delle risorse, stanno modificando radicalmente il nostro habitat e non c’è tempo da perdere per invertire questa tendenza. Da questo punto di vista, gli esperti ci dicono che la crisi del coronavirus è solo un piccolo esempio di ciò che potrebbe portare l’innalzamento delle temperature globali.

SI: Nel tavolo di lavoro che si terrà il 14 settembre si parlerà anche di riconversione dei siti industriali dismessi in bioraffinerie integrate nel territorio. Quali sono, in generale, le nuove frontiere delle biotecnologie industriali? E quali i casi di eccellenza in Italia?

ES: La rigenerazione dei territori passa anche dalla riconversione dei siti industriali dismessi, dal superamento di quel trade-off drammatico a cui abbiamo assistito in un recente passato tra crescita e posti di lavoro, da un lato, e tutela della salute e dell’ambiente, dall’altro. L’Italia è un punto di riferimento in questo processo, grazie alla riconversione di siti come l’ex Ajinomoto, in provincia di Rovigo, trasformato da Novamont, con la controllata Mater Biotech, nel primo impianto al mondo per la produzione di 1,4 butandiolo da biomassa o ancora quello di Patrica, in provincia di Frosinone, trasformato sempre da Novamont, con la controllata Mater Biopolymer, da impianto per la produzione di PET in impianto per la produzione di Origo-Bi, un intermedio utilizzato per le bioplastiche. A Gela, poi, è in atto la riconversione della raffineria ENI in una bioraffineria, che in prospettiva mira a impiegare biotecnologie avendo come materia prima scarti agricoli o persino biomassa marina. Il potenziale delle biotecnologie è enorme e sta già manifestando tutta la sua dirompenza.

SI: La Commissione europea, lo scorso maggio, ha presentato la strategia “Farm to Fork”, che è al centro del Green Deal europeo, per raggiungere un sistema alimentare equo, sano e rispettoso dell’ambiente. Un volàno anche per la crescita della bioeconomia. Al riguardo, che ruolo possono giocare le biotecnologie agricole in questa straordinaria sfida?

ES: Di sicuro, problemi quali la degradazione del suolo o, in generale, una maggiore sostenibilità dell’agricoltura, trovano nelle biotecnologie delle soluzioni importanti. Già oggi numerosi biomateriali sono applicati in campo agricolo: dai teli per la pacciamatura ai bioerbicidi, fino ai biofertilizzanti e a tutti quegli intermedi chimici bio-based che sono impiegati nei prodotti chimici per uso agricolo. Ma possiamo citare anche la coltivazione di piante con modalità alternative a quella in suolo, che consentono risparmi di risorse come acqua e fertilizzanti, oltreché del suolo stesso, andando esattamente nella direzione di un cibo più sicuro, sano e rispettoso dell’ambiente. E non dimentichiamo le cosiddette TEA, ovvero le Tecniche di Evoluzione Assistita: queste, grazie a una modalità straordinariamente raffinata e non transgenica, consentono la selezione di piante più resistenti alle malattie o alla siccità, riproducendo con maggiori certezze e in tempi rapidi i risultati di selezione e ibridazione che l’agricoltore, o a volte la natura stessa, raggiungono nel tempo.

SI: Biotech e digitale: un binomio vincente per raggiungere obiettivi di sostenibilità?

ES: Oggi si parla di rivoluzione biotech e di rivoluzione digitale. E sicuramente queste due rivoluzioni si muovono in stretta sinergia. Per la bioeconomia la digitalizzazione svolge un ruolo rilevante se pensiamo, per esempio, alla necessità di creare filiere sul territorio per la fornitura di biomassa. L’Italia deve mettersi alla guida di entrambi questi processi se punta a giocare un ruolo di leadership nella competizione globale dei prossimi decenni.

SI: Lei è ceo e co-founder di DemBiotech, azienda innovativa green che è specializzata nella ricerca e lo sviluppo di piante officinali da colture vegetali, da utilizzare nei settori personal care, health care e crop care (per la cura del raccolto). In che modo fate innovazione?

ES: Utilizziamo una piattaforma biotecnologica che abbiamo messo a punto dopo molti anni di ricerca. Si chiama CROP, acronimo di Controlled Released of Optimized Plants, e permette la produzione di piante officinali – i cosiddetti botanicals – da colture in vitro, che poi espandiamo in un bioreattore. Ci piace dire che con questa tecnica assecondiamo la natura con intelligenza, perché sfruttiamo una capacità propria ed esclusiva del mondo vegetale, che è la totipotenza: la capacità della cellula vegetale di autoriprodursi, di mantenersi in uno stato indifferenziato (come per le cellule presenti soprattutto nelle gemme) oppure di differenziarsi fino a diventare un organismo completo. È una tecnica nota dal secolo scorso, la cui diffusione è stata limitata dagli alti costi di produzione, richiedendo impianti piuttosto complessi e che lavorano in condizione di sterilità. Il vantaggio di questa modalità produttiva è straordinario poiché da una piccola porzione di pianta (come un seme, una foglia, una gemma) possiamo ottenere infinite quantità di prodotto altamente standardizzato e sicuro, privo di contaminanti ambientali, visto che lavoriamo in ambiente protetto. Un processo totalmente eco-designed, che riduce drasticamente il consumo di acqua e suolo, in un rapporto 1:1000, e abolisce l’uso di solventi, tutelando la biodiversità. Allo stesso tempo, si tratta di una modalità produttiva fortemente automatizzata, allineata agli standard di industry 4.0, con un controllo costante di tutti i parametri di processo. Il risultato finale, quindi, è un prodotto sicuro, in cui il rischio di adulterazione è nullo, anche perché realizzato da una filiera che è in assoluto la più corta possibile, dato che si svolge interamente in un unico sito, controllato e certificato. Ma vorrei aggiungere anche un altro importante aspetto.

SI: Prego.

ES: La pandemia da Covid-19 ha dimostrato quanto sia vulnerabile la modalità di approvvigionamento che si avvale di filiere estere, quindi la capacità di implementare la modalità produttiva che ho descritto è oggi più che mai strategica.

SI: La plant-based economy cosa rappresenta per la bioeconomia?

ES: Quello delle piante è un mondo straordinario, di cui c’è ancora tanto da scoprire: intanto, gran parte dei farmaci oggi in uso provengono dalle piante – un filone di ricerca che segue anche DemBiotech, grazie alla collaborazione con grandi gruppi industriali; se poi guardiamo al settore alimentare, le piante possono essere fonte di proteine alternative a quelle animali, e anche su questo versante la ricerca sta producendo risultati molto interessanti, la cui innovazione è già parzialmente declinata in prodotti disponibili sul mercato. La chiave di volta sarà la modalità di coltivazione e produzione, che dovrà avvalersi di tecnologie innovative e rispettose dell’ambiente. Insomma, torniamo alla bioeconomia.

SI: In qualità di coordinatrice del tavolo di lavoro dedicato alla bioeconomia, quali sono le sue aspettative al riguardo?

ES: Qualcuno ha detto che peggio della pandemia c’è il non fare tesoro dell’insegnamento che questa emergenza sanitaria ci può lasciare: gli investimenti in ricerca e innovazione sono irrinunciabili, così come il rispetto dell’ambiente e la necessità di cambiare paradigma nella gestione delle risorse. Mi auguro che il lavoro che stiamo facendo sia fonte di riflessione per tutti. Anche per accelerare l’adozione di normative coerenti a questo obiettivo. È uno sforzo che va nella direzione di creare maggiore conoscenza, divulgando l’enorme potenziale della bioeconomia, che può farci cambiare rotta e riprendere la strada giusta, quella della sostenibilità. Noi ci rivolgiamo soprattutto ai giovani, per mostrare loro nuove opportunità di lavoro e, allo stesso tempo, costruire assieme un futuro migliore. Siamo davanti a un’occasione straordinaria, che dobbiamo cogliere senza esitazioni, per cui non c’è tempo da perdere, bisogna agire al più presto.

Potrete seguire la diretta qui a partire dalle 17

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