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Il falso mito dello startupper pazzo e altri luoghi comuni. Non serve essere incoscienti al limite della follia, bisogna essere visionari e saper condividere il rischio

Di “miti comuni” si muore, a volte ancor prima di nascere. Si tratta di miti che spesso sono alimentati dalla notiziabilità sui “media” convenzionali, senza quindi il beneficio del dialogo. E così diventano in fretta “mode”, pericolosissime.
Mi piacerebbe discuterne alcuni, per sfidarli (falsificarli) e magari per trovarne di nuovi, più adatti a diventare riferimento per chi pratica, ma anche per chi predica o per chi, come me, fa entrambe le cose.

Inizierei da un “mito fondativo”. Quello secondo il quale l’imprenditore (l’imprenditrice o il gruppo che intraprende) è uno spirito animale che ha un coraggio titanico e fuori dal comune; un impavido gladiatore. Ora, che vi siano profili imprenditoriali mitologici è indubbio. Ma di donne e uomini fuori dalla norma ve ne sono in tutti i campi, professionali, scientifici, artistici, politici, militari e, ovviamente, imprenditoriali.
Il falso – o forse solo desueto – mito comune, peraltro, tende a presentare l’imprenditore come un risk taker senza macchia e senza paura, un “uomo solo al comando” che affronta i pericoli e accetta rischi per mestiere; insomma un incosciente al limite della follia. Che se poi gli andrà bene rimarrà alla storia come un visionario. Altrimenti verrà dimenticato come uno dei tanti folli di passaggio. Ebbene il risultato della riproduzione di questo mito è che, spaventati dall’arena del mercato e del rischio, insomma non sentendosi supereroi, molti talenti imprenditoriali neanche ci provino. E che, invece, alcuni di quelli che ci provano non gestiscano né il rischio né il fallimento, che nella gran parte dei casi conclude un tentativo imprenditoriale. Mito del rischio e mito del fallimento, peraltro, sono fortemente interrelati. Ma limitiamoci per ora a riflettere sul falso (o anche solo desueto) mito del rischio, ché quello del fallimento merita un post tutto per se.

La realtà dimostra che l’imprenditore non è né incosciente né folle. Ma che è al massimo un visionario. Con una sana dose di ottimismo, spera in un futuro migliore e prova a giocare un ruolo nel passaggio dal presente al futuro. Certo ha del talento, che se non innato deve almeno essere allenato, ma è soprattutto una persona che vive una geografia sociale articolata e dinamica, popolata da attori eterogenei e multiformi, con ruoli e funzioni ibridi e complementari, che riesce a coinvolgere proprio nella gestione del rischio.
In mercati complessi per tecnologie e concorrenza, infatti, è imprenditore di successo chi è in grado di passare dal mito del risk taking alla realtà del risk sharing. La realtà ci dimostra che gli imprenditori di successo più che sfidare la sorte e assumersi rischi per mestiere, sono dei veri e propri dettaglianti del rischio. Per mestiere lo spacchettano e lo distribuiscono ai diversi attori del loro ecosistema. Sono cioè in grado di condividere con altri la visione imprenditoriale e il senso di una missione, e lo fanno con modi e misure differenziati. Insomma, l’imprenditore è sempre di più un talento di “visione e condivisione”, che coinvolge altri imprenditori, professionisti, investitori, fornitori, manager, autorità e stakeholder in genere. La visione è quella di un futuro di valore e valori; la condivisione quella di un pezzo di rischio (e quindi di ipotetico costo del fallimento) che ciascuno sopporta in ragione del valore atteso dalla missione imprenditoriale.

E’ qui, quindi, che dovremmo concentrare l’attenzione. Come “dettagliamo” il rischio? E come bilanciamo visione e condivisione? E questo “mestiere” come si impara? Come si impara, cioè, a rendere il rischio più leggero e la visione più intensa? Riflessioni ed esperienze cercasi.

Steve Jobs aveva torto
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