PMI, le più esposte alla crisi del Covid. Una su due non ha liquidità
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Ultimo aggiornamento il 12 novembre 2020 alle 8:09

PMI, le più esposte alla crisi del Covid. Una su due non ha liquidità

La crisi legata alla pandemia si è abbattuta sulle piccole e medie imprese italiane, che hanno subito una perdita “drastica” di fatturato, ma ha trovato realtà pronte a rilanciare sulla sostenibilità

Le PMI soffrono particolarmente la “coronacrisis”, come la chiamano i media d’oltreoceano, ovvero la crisi economica legata alla pandemia. È quanto riporta il report di Borsadelcredito.it. E dato che le PMI costituiscono la dorsale dell’economia italiana si può intuire quanto sia grave il problema. Ma se fondiamo questi dati, indubbiamente preoccupanti, con quelli che arrivano dal Forum per la Finanza Sostenibile scopriamo che un buon numero di piccole e media imprese sta approfittando della situazione per accelerare sulla sostenibilità e diventare dunque maggiormente competitiva. Ma andiamo con ordine.

Qualche numero

Secondo Istat, oltre la metà delle imprese (con il 37,8% di occupati) prevede una mancanza di liquidità per far fronte alle spese che si presenteranno fino alla fine del 2020. Il 38% (27,1% di occupati) segnala rischi operativi e di sostenibilità della propria attività e il 42,8% ha richiesto il sostegno per liquidità e credito. Non sorprende che oltre il 70% delle imprese (che rappresentano il 73,7% dell’occupazione) abbia dichiarato una riduzione del fatturato nel bimestre marzo-aprile 2020 rispetto allo stesso periodo del 2019: nel 41,4% dei casi il fatturato si è più che dimezzato, nel 27,1% si è ridotto tra il 10% e il 50% e nel 3% dei casi meno del 10%; solo nell’8,9% delle imprese il valore del fatturato è invece rimasto stabile.

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PMI malate prima della pandemia

Borsadelcredito.it sottolinea però che le imprese avevano smesso di crescere già prima del Covid. Questo si evince dal Report regionale PMI 2020, realizzato da Cerved e Confindustria, secondo cui il Covid si innesta in un periodo di debolezza per le PMI che, dal 2018, avevano praticamente interrotto la loro lenta ripresa per riagganciare i valori del 2008. Il report Cerved – Confindustria segnala che il fatturato 2018 era cresciuto del 4,1% in termini nominali (dal 4,4% dell’anno precedente), mentre le stime per i bilanci del 2019 indicano tassi di crescita dei ricavi più che dimezzati, a +1,3%. In tutte le aree, il valore aggiunto (+4,1%) è cresciuto nel 2018 a ritmi più ridotti rispetto al costo del lavoro (+5,6%).

Quanto peserà il Covid?

Il Covid-19 avrà un impatto molto forte sui conti delle PMI, con ricadute pesanti sugli indici di redditività. In uno scenario più tranquillo si stima una contrazione del fatturato del 12,8% nel 2020, con un rimbalzo nel 2021 dell’11,2% (per una perdita di 227 miliardi di fatturato nel biennio 2020-21). E se continua la nuova ondata di Covid-19, il calo dei ricavi è stimato a -18,1% per l’anno in corso (+16,5% nel 2021), con minori ricavi che sfioreranno i 300 miliardi di euro.

Il cimitero delle PMI fallite si allarga

È ovvio che questo potrà avere un effetto anche sulla dinamica demografica di impresa, che aveva visto anch’essa la fine del suo andamento positivo nel 2018, dopo una corsa ininterrotta dal 2013, anno in cui erano state introdotte le SRL semplificate. Nel 2019 le nuove società di capitali sono state meno di 93mila (-5,8%), mentre sono aumentati sia i fallimenti che le liquidazioni volontarie, che si erano dimezzate tra il 2012 e il 2017-2018. Nel 2019 entrambi gli indicatori risultano in crescita: i fallimenti del 12,4% (toccando quota 1.750) e le liquidazioni dell’1,7% a quota 3.858 (già in aumento del 7% dell’anno precedente).

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Ma le PMI sono resilienti

La buona notizia, che Confindustria e Cerved non mancano di sottolineare, è che i fondamentali finanziari delle PMI continuano a rafforzarsi, registrando una forte riduzione del peso dei debiti finanziari in rapporto al capitale netto, sceso nel 2018 al 63% (dal 66% del 2017 e dal 116% del 2007). Questo spinge l’Ufficio Studi di BorsadelCredito.it a essere ottimista sul prossimo futuro: “Il maggior problema delle PMI è oggi la liquidità, ma è possibile farvi fronte proprio perché, anche in un contesto di debole crescita di fatturato e redditività, i fondamentali finanziari hanno continuato a migliorare. Dunque, nella media, le imprese hanno la possibilità di richiedere un finanziamento. E possono così investire per far fronte alla crisi, nei modi che – come rileva Istat – stanno già attuando, ovvero, principalmente riorganizzando spazi e processi (23,2% delle imprese) e modificando o ampliando metodi di fornitura dei prodotti/servizi (13,6%). Crediamo che quello che è successo nel 2020 possa avere l’effetto di una scossa e costringere le imprese a un cambiamento epocale: la pandemia ha dimostrato con i fatti che la digitalizzazione sia ormai una necessità e non è un caso che l’e-commerce sia stato, insieme ai dispositivi medicali, l’unico settore a crescere a doppia cifra, mentre gli altri perdevano altrettanto in termini di vendite. Tutte le imprese lo hanno compreso e stanno aggiungendo il canale digitale alla propria offerta. Ci saranno fallimenti, ci sarà una selezione, ma alla fine le PMI che resteranno sul mercato saranno più forti e promettenti di prima. E il FinTech sarà al loro fianco per supportarle nel cammino”.

Una evoluzione green

L’analisi dell’Ufficio studi è in linea con quanto è emerso dalla ricerca “PMI italiane e sostenibilità” del Forum per la Finanza Sostenibile in collaborazione con BVA Doxa: un’azienda del campione su tre ritiene che integrare la sostenibilità tra i criteri che guidano le scelte strategiche contribuirà a uscire più rapidamente dalla crisi attuale, il 29%. Lo studio, presentato all’apertura della Settimana Sri, mostra, inoltre, che il 37% del campione prevede un aumento dell’attenzione sulle tematiche ambientali, sociali e di governance (ESG) nel contesto post-Covid. A livello aziendale, oltre l’80% delle PMI intervistate considera la sostenibilità un elemento importante nelle scelte strategiche e d’investimento, con benefici che riguardano soprattutto le strategie di marketing e di prodotto e la reputazione. Mentre possibili ostacoli sono visti nei costi più elevati (52% del campione) e nelle difficoltà burocratiche, per esempio per ottenere e mantenere le certificazioni (50%).

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