Deliveroo, gomme sgonfie in Borsa: alla partenza perde il 30% - Startupitalia
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Ultimo aggiornamento il 31 Marzo 2021 alle 16:57

Deliveroo, gomme sgonfie in Borsa: alla partenza perde il 30%

Caduta dalla bici subito dopo il via. Perso fino al 30% nelle prime contrattazioni. Pesano diversi interrogativi che riguardano anche la condizione contrattuale dei rider: se avranno più tutele, il modello di business sarà ancora competitivo?

Ci si aspettava una partenza tutta in salita per Deliveroo, dopo le indiscrezioni di Bloomberg poi confermate questa mattina dalla società stessa costretta, a seguito della ‘fuga’ dei fondi, a proporsi alla Borsa londinese col minimo della forchetta del prezzo per azione annunciato in precedenza, ma nessuno poteva immaginare che di lì a poche ore il titolo sarebbe arrivato a perdere fino al 30%. E invece così è stato.

Dunque non un debutto memorabile, per il colosso della gig economy che paga un duplice scotto: lo scetticismo dimostrato dai Fondi e il fatto che proprio in quest’ultimo periodo sempre più legislatori in Europa stiano normando il settore, costringendo le aziende all’assunzione dei rider.

Perché i Fondi scappano a pochi giorni dal salto in Borsa di Deliveroo?

Non era del resto passato inosservato il fatto che asset manager del calibro di Legal & General Investment Management M&G Investments, Aberdeen Standard Investments e Aviva Investors fossero rimasti a fischiettare sull’uscio, senza scommettere sul colosso della gig economy. Questo ha influito ovviamente sul prezzo di quotazione e ha a cascata pure influnzato il debutto in Borsa di Deliveroo.

deliveroo ipo borsa

Ma perché i fondi non stanno credendo nell’operazione? Pare principalmente per motivi ‘etici’. Fa sorridere che proprio i Fondi di investimento tirino in ballo l’etica, ma anche loro tengono all’immagine, non a caso stanno aumentando gli investimenti nel green, distogliendoli da chi non si converte alla causa ambientalista. Allo stesso modo, opererebbero un “green washing” declinato in base ai diritti dei lavoratori, preferendo non investire in chi è tuttora al centro delle polemiche per come lavorano i rider.

Ma ci sarebbero anche motivi ben più pragmatici: in primis, non sfugge agli investitori che sempre più Paesi membri dell’Unione europea si muovono per tutelare i corrieri. Se dovranno essere assunti e inizieranno a godere di vari tipi di benefit, il modello di business proposto finora potrebbe iniziare a vacillare. Il secondo motivo riguarda la struttura dell’operazione: il Ceo Will Shu ha di fatti optato per un modello statunitense piuttosto mal visto in Europa (tanto che la Borsa di Londra le vietava, ha iniziato ad ammetterle soltanto ora per attrarre capitali post Brexit) che divide le azioni per classi, con differenza di peso in assemblea. Lui manterrà quelle di Classe B, che per i primi 3 anni daranno 20 voti a cedola, mentre quelle sul mercato, di Classe A, danno diritto a un voto ciascuna. Così Shu si è messo al riparo da scalate ostili e potrà mantenere il controllo della compagnia pur detenendo solo il 6,3% del capitale.

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