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Lug 2, 2020

Assobiotec, 30 esperti a confronto per far crescere il settore. Salatino (MUR): “Puntiamo sull’economia della conoscenza”

La nostra intervista al professor Piero Salatino delegato del ministro dell'Università e della Ricerca Gaetano Manfredi (MUR), a margine della prima tappa del progetto “Biotech, il futuro migliore - Per la nostra salute, per il nostro ambiente, per l'Italia” voluto da Assobiotec Federchimica in partnership con StartupItalia

Lug 2, 2020

Assobiotec, 30 esperti a confronto per far crescere il settore. Salatino (MUR): “Puntiamo sull’economia della conoscenza”

La nostra intervista al professor Piero Salatino delegato del ministro dell'Università e della Ricerca Gaetano Manfredi (MUR), a margine della prima tappa del progetto “Biotech, il futuro migliore - Per la nostra salute, per il nostro ambiente, per l'Italia” voluto da Assobiotec Federchimica in partnership con StartupItalia

Da dove ripartire? Dalla nostra eccellenza scientifica. Le priorità per il prossimo futuro? Più cultura, più ricerca, più sviluppo basato sulla conoscenza e, soprattutto, più interdisciplinarietà. Ad affermarlo, anche con una certa passione, è stato Piero Salatino, delegato del Ministro dell’Università e della Ricerca Gaetano Manfredi (MUR), durante il tavolo di lavoro “Premesse programmatiche e rafforzamento dell’ecosistema”, che ha avuto luogo lo scorso 22 giugno e ha costituito la prima tappa del progetto “Biotech, il futuro migliore – Per la nostra salute, per il nostro ambiente, per l’Italia voluto da Assobiotec Federchimica e in partnership con StartupItalia.

 

Il progetto, tra giugno e ottobre, prevede quattro appuntamenti preparatori a un grande evento finale, il 9 novembre 2020, che costituirà l’occasione per presentare un Manifesto e, soprattutto, un Documento di Posizione, con proposte operative per la crescita e lo sviluppo del settore, per le imprese e per il Paese, da mettere a disposizione del Governo.

 

Al primo tavolo di lavoro, tra associati di Assobiotec, stakeholder e Istituzioni, hanno preso parte oltre 30 esperti, che hanno dato vita a un dibattito molto partecipato sulla necessità di creare un vero e proprio ecosistema favorevole all’innovazione. Ne è emerso un quadro che l’illustratrice Irene Coletto ha poi rappresentato nella infografica che vedete qui sotto. “L’Italia ha un problema di ‘fondamentali’, un problema che deve essere risolto in maniera definitiva, perché rappresenta il presupposto per cogliere tutte le opportunità che possono dispiegarsi di fronte a un Paese tecnologicamente avanzato come il nostro”, ribadisce Salatino a StartupItalia.

Professore, entriamo nel dettaglio: quali sono questi ‘fondamentali’?

“Innanzitutto, è necessario stimolare e garantire un accesso più generalizzato alla formazione terziaria, ovvero qualunque tipo di formazione post secondaria: dalle lauree triennali a quelle magistrali, dai master post-universitari ai dottorati di ricerca. L’accesso a questi titoli di studio è molto limitato, perfino rispetto a Paesi che non hanno il nostro stesso standing di sviluppo scientifico e tecnologico. Il sistema, nella sua globalità, deve far capire ai più giovani il significato e il valore della cultura, come strumento di emancipazione e di cittadinanza attiva, ma anche come mezzo di affermazione professionale e personale. Un altro ‘fondamentale’ è l’interdisciplinarietà: in ambito accademico, bisogna superare l’eccessiva parcellizzazione disciplinare. Oggi i grandi salti di qualità si realizzano quando si connettono tra di loro ambiti molto diversi: penso, ad esempio, proprio alle biotecnologie che sono entrate in maniera pervasiva in diversi settori, diventando motore dell’innovazione nelle scienze della vita e nella bioeconomia. Non solo. Il concetto di interdisciplinarietà ha una doppia valenza, con una declinazione anche in ambito industriale: è altrettanto importante promuovere simbiosi industriali e integrazioni tra filiere e vocazioni imprenditoriali, contribuendo a generare una maggiore consapevolezza reciproca nel sistema produttivo”.

 

Nella puntata speciale di StartupItalia Live “Alleanze di valore: insieme si vince”, dove sono stati condivisi i principali messaggi emersi dal primo tavolo di lavoro, Lei ha insistito molto anche sul nodo della burocrazia.

“Sì, è un problema molto sentito dal MUR, perché le università competono tra di loro nell’assicurare elevati livelli qualitativi, ma soprattutto il sistema dell’università italiana compete con i sistemi dell’alta formazione e della ricerca di altri Paesi, e risulta molto difficile competere se corriamo con un peso che ci trasciniamo dietro, come quello rappresentato dai vincoli della burocrazia. Questo riguarda anche la nostra capacità di essere a fianco del sistema produttivo con la dovuta tempestività. Bisogna trovare dei nuovi equilibri che ci consentano di operare in maniera non così penalizzante, cercando di aderire il più possibile a quelli che sono i principi condivisi a livello comunitario, senza volerli irrigidire nell’applicazione a livello nazionale. Sono convinto che se riusciremo a essere più snelli e, quindi, più veloci sotto il profilo amministrativo e gestionale, riusciremo a stimolare anche maggiore interesse del mondo finanziario verso il nostro Paese, superando la difficoltà di essere attrattivi per il venture capital e per gli investitori stranieri. Risolte queste criticità primarie, ne verranno meno molte altre”.

 

Professore, nel corso di questa pandemia stanno emergendo degli esempi virtuosi di collaborazione tra settore pubblico e privato. Tuttavia, il rischio è che rimangano limitati a situazioni di emergenza e crisi. Il MUR sta pensando di rendere questa collaborazione in qualche modo sistematica?

“È sicuramente una delle nostre principali priorità. Per chi fa impresa, il time-to-market si accorcia sempre di più, mentre il sistema dell’università e della ricerca pubblica agisce con tempi più dilatati, non solo a causa della pesantezza del contesto gestionale – amministrativo, ma anche per un certo sottodimensionamento in termini di risorse economiche e umane. Ma questo non è l’unico aspetto da considerare”.

Il problema fondamentale, in questo caso, risiede nel fatto che pubblico e privato si muovono su scale temporali diverse

Quali sono gli altri?

“L’adeguata valorizzazione delle relazioni pubblico – privato anche nelle carriere. Nel nostro ambito, queste sono sostanzialmente governate da un certo tipo di produzione scientifica, basata sulle pubblicazioni, che costituiscono un punto di riferimento ineludibile. Tuttavia, raccogliendo anche lo stimolo di Pierluigi Paracchi, Ceo di Genenta Science, emerso durante il dibattito a porte chiuse, penso che bisognerebbe trovare un modo che permetta di valorizzare anche altre forme di produzione, capaci di generare un contributo importante per il sistema produttivo e, in definitiva, per la società”.

 

A proposito di contributi importanti per la società, spesso in Italia un’idea brillante non riesce a trasformarsi in un’impresa, in una startup, in uno spin off. Professore, come mai non si riesce a fare quell’ultimo miglio? E il MUR come intende sopperire alla scarsa considerazione del technology transfer, che Lei stesso ha riconosciuto essere una patologia del sistema?

“A questo riguardo, voglio usare un concetto a me caro, che il Ministro Manfredi condivide appieno: quello di biodiversità. Sarebbe utile e importante ‘aumentare la biodiversità’ del sistema universitario, vale a dire che nel costruire una squadra bisognerebbe inserire figure con caratteristiche diverse, che possano portare elementi di forte sensibilità alle componenti imprenditoriali. È chiaro che se iniziamo a considerare parte costitutiva delle funzioni dell’università anche un’azione di stimolo verso lo sviluppo di una mentalità imprenditoriale, il discorso delle risorse diventi centrale. Io credo che sia necessario promuovere un’università meno omologata, più policroma, più creativa, più aperta a darsi dei modelli organizzativi diversi, anche in funzione delle proprie specificità. Un’università che sappia accogliere anche figure con qualifiche apparentemente lontane dal mondo della ricerca, che possano spaziare dal marketing alla protezione di brevetti, fino alla promozione e diffusione delle tecnologie. Beninteso, questo discorso non sottende una visione aziendalistica dell’università, che per me rimane soprattutto un grande operatore culturale. Ma anche un grande operatore culturale non può sottrarsi al perseguimento di obiettivi di efficienza e di qualità, obiettivi che richiedono figure di management moderne e visionarie”.

Io credo che sia necessario promuovere un’università meno omologata, più policroma, più creativa, più aperta

Proprio riguardo alla qualità, l’Italia sembra avere pochi rivali, se guardiamo all’eccellenza scientifica. Secondo lei, il Paese dovrebbe ripartire proprio da questo aspetto. Cosa intende?

“Sì, e lo ribadisco. L’ottica è quella di mettere tutto il sistema della ricerca italiana nella condizione di raggiungere quelle punte di eccellenza scientifica per cui già ci distinguiamo nel mondo, garantendo a tutti la possibilità di esprimersi secondo quelle che sono le proprie potenzialità”.

 

Eppure, l’Italia spende per la ricerca l’1,3% del PIL a fronte del 3% stabilito a livello europeo. Secondo Riccardo Palmisano, Presidente Assobiotec Federchimica, “questo non è un risparmio, ma significa aver perso significative opportunità di crescita per il Paese”. Ora la pandemia da Covid-19 ha catalizzato l’attenzione del mondo intero sulla scienza, la ricerca e l’innovazione. Questa situazione come sta incidendo sull’elaborazione del Piano nazionale della ricerca (PNR) per il sessennio 2021-2027? Tra l’altro, si tratta di un lavoro che – come Professore di Impianti Chimici presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II – la vede direttamente coinvolto nel panel di esperti.

“Il MUR si sta muovendo su due direttrici: da un lato c’è il forte richiamo a calare il sistema Italia nel quadro più generale degli indirizzi e obiettivi che si è data l’Europa, riconoscendo le specificità che il Paese può mettere in campo. Al riguardo, non c’è dubbio che la presenza dell’Italia nel settore biotech sia molto significativa, per cui è evidente che questo come altri temi possano rappresentare dei cavalli vincenti nella particolarizzazione delle strategie generali. Quindi, c’è da capire e definire in maniera molto attenta quali possano essere i segmenti di intervento sui quali il Paese ha la possibilità di mantenere o addirittura rafforzare una posizione di particolare eccellenza a livello internazionale”.

 

E l’altra direttrice?

“C’è stata data l’indicazione di essere un po’ visionari, che io ho apprezzato molto. La richiesta è quella di provare a disegnare delle traiettorie che vadano oltre quelle delineate da Horizon Europe, il Programma Quadro Europeo per la Ricerca e l’Innovazione per il periodo 2021-2027, perché bisogna essere pronti a rispondere in modo più agile ed efficace in sistemi fortemente evolutivi. Basti pensare a come è cambiato il mondo in soli due mesi, a causa della pandemia da Covid-19”.

 

Professore, qual è la lezione principale di questa pandemia?

Di sicuro, avremmo voluto fare a meno di questa emergenza sanitaria, ma forse l’unico aspetto positivo è proprio questa attenzione rinnovata per la ricerca, che bisogna capitalizzare. Per affrontare bisogni emergenti di salute e non solo, dobbiamo far passare il messaggio che sia necessario sviluppare strumenti conoscitivi sempre più raffinati, e quindi servono investimenti e cultura. Insomma, se vogliamo farci trovare preparati, allora bisogna puntare sull’economia della conoscenza”.

Per affrontare bisogni emergenti di salute sono necessari investimenti e cultura

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