Covid-19, spray e cerotto per vaccino. Lo studio dell’Università di Pittsburgh
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Ultimo aggiornamento il 31 ottobre 2020 alle 12:00

Covid 19 | Spray e cerotto per vaccinarci. Lo studio dell’Università di Pittsburgh

StartupItalia ha chiesto al Prof. Giovan Battista Vizzini, Direttore Sanitario di UPMC Italy, lo stato sulla ricerca del vaccino per il Coronavirus

Proseguono serrate le ricerche di laboratori e case farmaceutiche per il famigerato vaccino per il Covid-19. Fra i diversi studi in campo, c’è quello dell’azienda sanitaria legata alla Facoltà di Medicina dell’Università di PittsburghUPMC. Gli scienziati dell’ateneo statunitense hanno infatti isolato la più piccola molecola biologica che a oggi è in grado di neutralizzare in modo specifico il virus SARS-CoV-2. Si tratta di una componente anticorpale, dieci volte più piccola di un anticorpo a grandezza naturale, usata per sviluppare un farmaco, noto come Ab8, per potenziale uso terapeutico e profilattico contro il Coronavirus.

© Foto: Sito UPMC

Ab8 si è rivelato efficace nella prevenzione e nel trattamento dell’infezione da Covid-19, in topi e criceti. Caratteristica peculiare è la sua dimensione microscopica, che aumenta il potenziale di diffusione nei tessuti, per una migliore neutralizzazione del virus. Oltre a rendere possibile somministrarlo tramite inalazione. Sono ora in corso studi clinici per testare il plasma convalescente, contenete gli anticorpi di persone che hanno già contratto il Covid-19, sui pazienti che stanno combattendo l’infezione. Tuttavia, non è stata ancora dimostrata la sua efficacia e non è disponibile plasma a sufficienza per tutti quelli che ne hanno o avranno bisogno.

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“In realtà”, sottolinea il Professor Giovan Battista Vizzini, Chief Operating Officer di UPMC Italy, “abbiamo due vaccini in fase di sperimentazione. Entrambi hanno superato la sperimentazione in laboratorio e la prova del test animale. Si tratta del completamento della fase di studio pre-clinico, ossia il presupposto per venire poi approvato uno studio clinico”.

Prof. Giovan Battista Vizzini, Direttore Sanitario di UPMC Italy

I due vaccini in studio da UPMC

StartupItalia: Professore, ci potrebbe spiegare in che cosa consiste il vaccino somministrabile per inalazione, in studio nel vostro centro di ricerca?

 

Giovan Battista Vizzini: «I due vaccini sono ambedue mirati alla prevenzione dall’infezione da Covid-19, ma sono due modelli totalmente diversi. Il primo è un vaccino somministrato per via intra-nasale, uno spray, ed è il più tradizionale dal punto di vista della preparazione. Si tratta infatti di un modello già utilizzato nei vaccini anti-influenzali. In sostanza, tralasciando aspetti più tecnici, si prende un virus, nella maggior parte dei casi un adenovirus, e si fa una modifica del materiale genetico di questo virus. In modo che esso produca una proteina che, in questo caso, appartiene al Coronavirus. Si ottiene quindi un virus che ‘infetta’ la persona che lo inala, e permette all’organismo di reagire, creando, entro 7/10 giorni, anticorpi contro la proteina spike del Coronavirus, ma in assenza di Covid-19».

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SI: Per quanto tempo dureranno questi anticorpi?

 

GBV: «Non lo sappiamo ancora. Abbiamo tempi di osservazione troppo brevi per dirlo: non abbiamo esseri umani che hanno contratto il Coronavirus da più di otto nove mesi. Sono aspetti che andranno chiariti e dimostrati con la ricerca».

 

SI: Il Medical Center dell’Università di Pittsburgh sta studiando anche un altro tipo di vaccino. Di cosa si tratta?

 

GBV: «È un vaccino innovativo, che contiene soltanto la proteina e dei componenti che servono per trasportarlo. Il vaccino viene somministrato sotto cute, attraverso un cerotto ricoperto di sostanze, in grado di trasmettere la proteina spike. Questa proteina viene iniettata con dei micro aghi ed entra in circolo. A questo punto il meccanismo per la produzione di anticorpi è identico al precedente».

© Foto: Facebook UPMC

La durata degli anticorpi

SI: Tornando un momento alla questione inerente alla permanenza degli anticorpi anti-Covid nell’uomo, cosa sappiamo a oggi?

 

GBV: «La medicina ha un limite: se le cose non succedono, non le può prevedere con certezza. Le ricerche in campo medico eseguono studi di probabilità e proprio sulla probabilità si basa la medicina stessa. In questo caso, vale quindi lo stesso discorso. Non abbiamo un campione significativo di persone, osservato per anni e anni, i cui anticorpi si siano comportati in una certa maniera, piuttosto che in un’altra. Di conseguenza non possiamo dire niente a riguardo».

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SI: Neanche formulare ipotesi temporali non troppo precise?

 

GBV: «Possiamo limitarci a ipotesi basate sul fatto che virus simili si comportano in un certo modo. Purtroppo, sappiamo però anche che questo ceppo di Coronavirus ha dei comportamenti totalmente contrastanti con tutto quello che abbiamo osservato prima della sua comparsa».

© Foto: Facebook UPMC

La cura dei pazienti più gravi con corticosteroidi

SI: A settembre, un team della Facoltà di Medicina di Pittsburgh ha incrociato i dati di oltre 120 ospedali, per scoprire che steroidi poco costosi migliorano la sopravvivenza dei malati più gravi. In cosa consistono?

 

GBV: «Gli steroidi sono uno dei farmaci più noti e utilizzati da maggior tempo. Sono derivati di sostanze che noi abbiamo già nell’organismo e sono prodotte da alcune nostre ghiandole. Il mondo medico e farmaceutico è stato in grado di ridurne gli effetti collaterale e la tossicità, mantenendo al contempo una capacità anti infiammatoria molto importante dei corticosteroidi. Caratteristica che permette di aiutare i pazienti, specialmente quelli più gravi».

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SI: Cosa succede nei casi più gravi dell’infezione?

 

GBV: «Nei casi più severi da SARS-CoV-2, ovvero la sindrome da distress respiratorio data dal Covid, viene provocata l’attivazione dei vari meccanismi dell’infiammazione a livello bronchiale e polmonare. I fenomeni infiammatori nei polmoni, nelle situazioni più gravi, sono particolarmente pesanti e si caratterizzano per il richiamo di liquidi e citochine. Queste sono sostanze di difesa dalle azioni esterne, che però, in condizioni inusuali, come la presenza nei bronchi e nei polmoni, riempiono i polmoni di liquidi e sostanze infiammatorie. Questo rende molto complicato, a volte impossibile, lo scambio di ossigeno attraverso la parete dei polmoni e gli alveoli. Ecco perché il segno di gravità dei pazienti si misura con la riduzione di quantità di ossigeno nel sangue».

SI: Quale efficacia hanno i corticosteroidi verso questi pazienti?

 

GBV: «I corticosteroidi, essendo anti infiammatori, disinnescano, o perlomeno provano a disinnescare i meccanismi di attivazione dei processi dell’infiammazione. Processi responsabili di fenomeni come febbre, all’astenia e dolori articolari, mentre nei polmoni mettono a rischio la vita. Il secondo farmaco chiave è l’eparina, in grado di ridurre le possibilità di embolia polmonare, grazie alla sua capacità anticoagulante».

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