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Perché laurearsi in Italia non vale la pena (ed è pure fuori moda)

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Perché laurearsi in Italia non vale la pena (ed è pure fuori moda)

L’Italia si trova all’ultimo posto per numero di laureati rispetto al resto d’Europa e le cifre sono in dimunuzione. Sembra che la laurearsi in Italia abbia perso attrattiva (o utilità?)

L’Italia si trova all’ultimo posto per numero di laureati rispetto al resto d’Europa e le cifre sono in dimunuzione. Sembra che la laurearsi in Italia abbia perso attrattiva (o utilità?)

In Italia ci si laurea troppo poco anche se la qualità degli studenti è migliorata. Le statistiche Eurostat per l’Unione Europea a 28 nazioni dicono che nel 2004 l’Italia era quartultima (seguita da Slovacchia, Repubblica Ceca e Romania). Oggi, dopo un decennio, occupiamo saldamente l’ultimo posto in Europa. Un dato che interroga tutti a partire dai maestri della scuola materna. Di fronte a questi numeri non possiamo stare zitti. Devono farsi qualche domanda gli insegnati di ogni ordine e grado ma devono porsi dei quesiti anche coloro che presiedono il Ministero della pubblica istruzione.

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Ma non basta. La domanda deve coinvolgere i nostri imprenditori, le associazioni di categoria. Laurearsi in Italia non conviene. Un paese che perde giovani, e’ una terra che non investe sui suoi figli.

Una premessa: per noi figli degli anni settanta – ottanta, il pezzo di carta necessario ad entrare nella società era il diploma. Senza di esso non si andava da nessuna parte. Negli anni novanta, senza laurea, non si poteva fare nulla. Oggi la situazione sembra cambiata: basta leggere “Portaportese” o uno di questi giornali, per capire che un laureato finisce a cercare lavoro come barista, magazziniere o come badante. Laurearsi in Italia non significa avere un lavoro.

Ma cosa e’ successo in questi anni? L’Universita ha avuto un’overdose di iscritti rispetto alle reali possibilità del Paese? Non sembra. Ciò che appare più evidente e’ che la scuola 2.0 non è stata capace di creare un orientamento serio, una coniugazione tra mondo universitario e mondo del lavoro.

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Nella pagina Europe 2020 della Commissione Europea è anche possibile confrontare gli obiettivi per il 2020 di ogni nazione: quello dell’Italia è mantenere l’ultima posizione e  aggravare il distacco, dato che il suo target (26-27% di laureati) è il più modesto di tutta l’Unione Europea. Calano nettamente i fuoricorso, aumenta la partecipazione alle lezioni, resta la voglia di perfezionarsi all’estero o in stage e tirocini paralleli allo studio.

Come mai così bassi in Europa? Diciamo che laurearsi in Italia ha perso attrattiva in seguito alla crisi economica: non si trova più lavoro e laurearsi ha i suoi costi, quindi non ne varrebbe più la pena.

Tra i laureati viene poi tracciata una distinzione: ci sono quelli “scientifici” che sembrano avere un “mercato”, ma a causa del loro numero ristretto non soddisfano la richiesta delle imprese. E ci sono gli “umanisti” tra i quali si riscontra una percentuale maggiore di occupazione sottoqualificata.

Gli “umanisti” che un tempo erano l’architrave della pubblica amministrazione oppure del lavoro professionale autonomo (dagli avvocati agli architetti), oggi cercano di farsi strada nei settori delle attività commerciali e nei servizi, nell’agricoltura, nella pesca, fanno gli operai o i “conduttori di impianti”, gli “addetti al montaggio”.

Si riduce quindi la differenza di salario  tra i laureati e i diplomati, anche se conviene ancora iscriversi all’Università. Il titolo di studio mantiene infatti un tasso di occupazione più elevato di oltre 12 punti rispetto ai diplomati, ma minore rispetto al resto d’Europa: oltre cinque punti in meno della media europea. A quanto pare se ci adeguassimo alle performance dei primi stati europei riusciremmo a recuperare l’8% del Pil sul lungo periodo: l’Europa ci ammonisce, ma noi restiamo sordi.