10 cartoline sull’innovazione a Firenze (dalla scommessa di Giulio II a Nana Bianca)

In occasione dell’Open Summit Tour che lunedì 23 maggio fa tappa a Firenze, abbiamo ripercorso un po’ la storia dell’innovazione in Toscana. Con un focus su Firenze e su Pisa, da dove è partito l’Internet in Italia

Il 25 gennaio 2016 l’Harvard Business Review pubblica uno studio di Eric Weiner in cui si ricercano le chiavi del successo di un’ecosistema innovativo. Al vaglio ci sono la Silicon Valley, ovvio, i distretti tecnologici cinesi, Londra, Stoccolma. Ma la ricetta perfetta è individuata nell’alchimia irripetibile che si era ottenuta in Italia, 500 anni fa, nella Firenze di Leonardo, di Michelangelo e dei Medici. Le chiavi del successo di quell’ecosistema erano, in sintesi: 1) innovazione e curiosità verso le nuove tecnologie 2) mecenatismo 3) capacità di fidarsi del nuovo anche per imprese rischiose 4) abilità nel mantenere nel cuore della città gli spazi dove si fa innovazione per creare appunto un ecosistema favorevole 5) resilienza, capacità di rinascere dalle difficoltà

Internet arriva in Italia, dal cielo, a Pisa

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Il 30 aprile del 1986 l’Italia si collegava ad Internet grazie a un computer del Cnuce di Pisa che riceve per la prima volta un messaggio inviato dalla Pennsylvania, Login, diventato oggi un documentario di Riccardo Luna diretto da Alice Tomassini. «Internet in Italia è arrivata dal cielo» dice Luciano Lenzini in quel documentario. Passando per un satellite e un centro del Fucino in Abruzzo e in via Santa Maria 36, sede del Cnuce. L’Italia scopre Internet. Il primo punto sottolineato dalla Harvard Business Review era la curiosità verso le nuove tecnologie. Negli anni 80 internet era la nuova frontiera. Che in Italia viene aperta grazie al lavoro svolto dal centro di ricerca toscano.

Il successo di Dada

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Un salto di 10 anni. Gennaio 1995. Nasce Dada, uno dei casi in assoluto più di successo della digital economy italiana. La fondano a Firenze Paolo Barberis, Angelo Falchetti, Jacopo Marello e Alessandro Sordi. Comprano un primo cavo per la trasmissione dati e così nasce il digitale vero a Firenze. E nasce Dada. All’inizio come provider, ma i founder si accorgono che su quel servizio presto sarà terreno dei colossi della telefonia e Dada diventerà una società leader nei prodotti e servizi legati a Internet e al digitale, pubblicità, hosting. Una nuova tencologia, intuita, diventa un’incredibile possibilità di business che porterà alla crescita della società fino alla quotazione della società nel 2.000.

Fare innovazione nel cuore della città

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Firenze resta al centro. I founder decidono che l’azienda deve essere al centro della città. L’idea è che l’innovazione va fatta in stretta connessione con i luoghi simbolo di Firenze, un collegamento forse nemmeno troppo voluto a quello che succedeva a Firenze 500 anni prima. La ricetta è la stessa. E la città diventa una calamita per chiunque voglia fare innovazione in Italia, specie dalle regioni del centro sud. Diventa in quegli anni la capitale dell’innovazione. Ci passano circa 2.500 giovani e giovanissimi da tutta Italia. E piazza Annigoni, da luogo un po’ degradato, come ci ha raccontato Alessandro Sordi, diventa una meravigliosa fucina di innovatori.

Le gemmazioni di Dada, l’economia digitale fiorentina

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Tra il 2011 e il 2012 i soci fondatori di Dada escono dalla società. L’economia in Italia arranca e la crisi si fa sentire anche a Firenze. Dall’esperienza di Dada però nascono le sue gemmazioni. Oggi in Toscana ci sono 7 incubatori e acceleratori di startup. Due a Firenze. L’incubatore del comune di Firenze, Nana Bianca, l’incubatore dell’Università di Firenze, ma anche realtà come Impact Hub. In queste gemmazioni di quanto creato a Firenze nei quindici anni precedenti si stanno creando anche i primi nuclei di ripresa. La Firenze rinascimentale ha insegnato, dice Weiner, come gli eventi devastanti possano portare benefici sorprendenti. Il Rinascimento fiorì nella città solo pochi decenni dopo la terribile epidemia di peste che invase l’Europa tra il 1348 e il 1353, uccidendo almeno un terzo della popolazione del vecchio continente. E il paragone che fa lo storico è proprio con la crisi finanziaria che ha colpito l’occidente dal 2008. Quella Firenze ha avuto la capacità di rialzarsi. Quella di oggi ci sta provando. E un po’ la via passa anche dall’eredità lasciata sul digitale.

Gli incubatori di Firenze

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Nel 2004 nasce il primo incubatore di imprese a Firenze. E lo fa il comune, primo caso in Italia. Nel 2012 Marello Barberis e Sorid danno vita a Nana Bianca. In portfolio ha startup come Timbuktu, MusiXMatch, Wiman e Viralize. Nana Bianca ha 30 startup in portfolio e molte di queste fanno ecommerce e mobile advertising. Forte il richiamo alla tradizione per una città di commercianti. Anche qui passato, tradizione, e presente si incrociano nella caratteristica delle startup che ci sono oggi in città.

L’eccellenza delle università pisane

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Un altro polo di eccellenza è Pisa. Dai dipartimenti di ricerca dell’Università sono nate startup come KDD Lab (data sport analysis) Cloud4Wi di Andrea Calcagno che il 21 marzo ha raccolto 8 milioni in Silicon Valley, e Biobeats di Davide Morelli, anche questa oramai negli Stati Uniti, dove il 22 aprile ha raccolto 2 milioni portandosi dentro anche Will Smith. Si tratta di eccellenze nate dall’ecosistema italiano. Non da ultimo Ales Tech, altro spinoff universitario, che ha appena annunciato di essere presente in molti dei progetti finalisti del contest lanciato da Elon Musk per individuare buone idee per costruire Hyperloop. E le loro sospensioni smart, come hanno comunicato ufficialmente il 18 maggio, sono presenti in molti dei progetti finalisti.

La mappa delle startup toscane

Stando ai numeri, in Toscana ci sono 319 startup. 25 ad Arezzo, 148 a Firenze, 4 a Grosseto, 31 a Livorno, 20 Lucca, 3 a Massa e Carrara, 71 a Pisa, e poi 10 A prato e 9 a Pistoia.

Dal mecenatismo all’angel investing

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Dietro questo fiorire di neo imprese c’è la capacità degli attori sul territorio di individuare nuove possibilità di business. L’importanza della resilienza, sì, ma l’elemento più importante che ha evidenziato in Firenze l’Harvard Business Review è la capacità (della Firenze rinascimentale) di individuare i talenti, e finanziarli. Firenze ha una grandissima ricchezza privata e in questi mesi si stanno realizzando iniziative per mettere insieme una rete di business angels in grado di finanziarle.

La fiducia di Giulio II e il nuovo mecenatismo

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Papa Giulio II aveva affidato i lavori della Cappella Sistina ad uno sconosciuto, o quasi. Pensò che quella che per molti era una mission impossible doveva essere assegnata ad un ragazzo di talento piuttosto che a artisti noti e con molta esperienza. Ebbe ragione. Quel ragazzo era Michelangelo e divenne quello che oggi tutti conosciamo anche grazie alla sfida che gli lanciò di Giulio II. Ed è quello che oggi imprese e stakeholder devono fare per affrontare la nuova mission impossible che rilanciare l’economia. Affidarsi al nuovo. Avere fiducia nelle sue capacità. Che da queste parti è sempre stata un po’ meno impossible.

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