L’incubatore veneto di startup manifatturiere che ha conquistato Invitalia Ventures. M31, spiegato

M31 è un incubatore nato dall’iniziativa di un ex professore universitario, Ruggero Frezza. Il suo punto di forza è nella struttura: una holding con una rete di controllate e partecipate. E sedi aperte quando e dove serve

Ruggero Frezza insegnava controlli automatici e visione computazionale all’Università di Padova. Ha lasciato la cattedra per un incubatore, M31. Ma questa non è la storia di un professore pentito. “L’ho fatto per responsabilità verso chi ha investito in M31, non perché non gradissi l’ambiente universitario”, racconta Frezza. Non sono solo parole di circostanza. Perché M31 dall’accademia nasce e all’accademia torna spesso.

ruggero frezza

Ruggero Frezza

Un incubatore per le eccellenze universitarie

L’incubatore, afferma il suo fondatore, è stato creato proprio “per valorizzare iniziative imprenditoriali che nascono dalla ricerca universitaria”. E ancora oggi le aule “sono parte integrante, ed ineliminabile, del nostro essere. Viviamo della profonda consapevolezza riguardo al valore della ricerca: abbiamo un team dedicato a tempo pieno allo scouting di tecnologie, competenze e talenti da trasferire in progetti di impresa”.

Tutto inizia nel 2006 “per mia iniziativa insieme ad un gruppo di colleghi, collaboratori e amici imprenditori”. Nel 2008 la svolta: investe in M31 il conte Giannino Marzotto, poi nel 2010 il fondo TT Venture e in seguito altri imprenditori. Oggi M31 ha partecipazioni in nove società attive, capaci di fatturare circa 20 milioni di euro e di attirare l’attenzione (tra gli altri) di Invitalia Ventures.

Il modello/1 Un acceleratore di prodotto

M31 è una holding. Al suo interno ci sono due tipi di partecipazioni. Una di controllo che, spiega Frezza, “riguarda le imprese che svolgono un ruolo strategico e complementare a M31”.

Il caso più significativo è SI14. “Fornisce design, ingegneria e la gestione della supply chain di prodotti che integrano elettronica, software, meccanica, ottica”. Frezza lo definisce “un acceleratore di prodotto”. “Insieme a M31, se richiesto, crea quello che le metodologie lean chiamano minimum viable product, il sistema per ridurre il rischio finanziario del lancio di un nuovo prodotto (a volte, ricorrendo alle piattaforme di crowdfunding)”.

Un “acceleratore di prodotto”, dal quale sono nati due spin-off (WearIT e D-Eye), che investe: è tra i finanziatori di D-Eye nel round da 1,5 milioni dello scorso febbraio.

L’altra controllata, adesso non più operativa, è stata M31 LLC. “La filiale nella Silicon Valley si è occupata negli scorsi anni di sviluppare il mercato americano per alcune delle nostre partecipate”.

Il modello/2 Far diventare grandi le partecipate

Il secondo tipo di partecipazione prevede l’acquisto di quote nelle imprese selezionate. Controllate e partecipate si intrecciano. Il modello di business lo spiega lo stesso Frezza: “Prevediamo di realizzare gli investimenti nelle partecipate tramite la cessione delle nostre partecipazioni, mentre rafforziamo i risultati delle imprese controllate”.

“M31 – continua – offre una serie di servizi alle controllate e alle partecipate finché queste non raggiungono un volume di attività tale da doversi strutturare autonomamente”. Si tratta di amministrazione, finanza e controllo di gestione, questione societarie, rapporti con i consulenti legali, fiscali e del lavoro, con le banche e con gli investitori. E contribuisce a creare il modello di business su misura per la società incubata.

“La scelta degli investimenti vede come primo criterio la consapevolezza di poter portare valore come M31 al progetto. Non investiamo mai – continua l’ex professore – se non riteniamo di poter portare un contributo allo sviluppo dell’impresa oltre all’investimento finanziario. Poi gli altri criteri sono quelli classici, e cioè il team, il mercato e la possibilità di difendersi da concorrenti grazie a qualche barriera che sia protezione intellettuale o altro”.

D-EYE

D-Eye

Gli intrecci della rete

M31 è una holding ma non è, come spesso succede in casi come questo, una piramide. Somiglia più a una rete. M31 partecipa direttamente nelle imprese. Controlla SI14, che fabbrica spin-off e, a sua volta, investe. E poi c’è Red Lions. Altra holding (della quale Frezza è founder e board director), altra partecipata. Ha investito in tre società, due delle quali (WearIT e Zehus) sono incubate da M31. La terza, Kiunsys (altro spin-off universitario), è stata protagonista di una della maggiori campagne italiane di crowdfunding: lo scorso novembre ha raccolto 500 mila euro su StarsUp.

Red Lions è nata dalla collaborazione con Forti, gruppo di costruttori padre del polo pisano di Montacchiello. È l’avamposto toscano di M31, perché è lì che ha sede Red Lions, assieme al TAG di Pisa, del quale Red Lions è socio.

A febbraio è nato anche un evento che ha messo in contatto investitori e startup. Si chiama M31 Deal Society e ha presentato a 80 ospiti tre imprese in cerca di 4 milioni: ProXentia (che si è affidata a SI14), Hyperlean (spin-off dell’Università delle Marche) e Zehus (l’unica partecipata di M31 delle tre).

I numeri di M31: 9M raccolti, 20M fatturato partecipate

Oggi le imprese attive nel portafoglio di M31 sono nove: Adant, Adaptica, Centervue, D-Eye , Mogees, Red Lions, WearIT, Zehus e SI14.

Frezza conferma i numeri di M31. “I finanziamenti raccolti sono pari a circa 9 milioni di euro, senza contare gli investimenti raccolti nelle partecipate. Il fatturato di M31 copre i costi dei servizi condivisi. La somma dei fatturati delle partecipate supererà quest’anno i 20 milioni; la controllata SI14 punta alla cifra di 4,5 milioni”. Nel 2016, continua “completeremo uno o due investimenti nuovi ma l’obiettivo è realizzare alcuni degli investimenti già fatti visto che sono diventati imprese mature che operano sul mercato globale, con posizioni di rilievo”.

Base a Padova e avamposti mobili

La rete è malleabile, anche a livello fisico. Con un centro di gravità veneto. Essere lontani dai grandi hub è stata una scelta o una necessità? “Non ci siamo neanche posti la questione,”, tronca netto Frezza. “Siamo nati a Padova, ma abbiamo un investimento a Milano, Zehus, un altro a Londra, Mogees. Centervue, una nostra partecipata, ha già un ufficio a Hong Kong. A Milano avevamo uffici presso la sede del nostro partner TT Venture. E siamo presenti a Pisa con Red Lions”.

C’era anche una sede in Silicon Valley. “Siamo stati lì finché era strumentale. Serviva in prima battuta a sviluppare il mercato americano per le nostre partecipate”. La controllata statunitense M31 LLC “vendeva prodotti, sviluppava mercati, creava branch commerciali. I costi della Silicon Valley e di San Francisco in particolare sono esplosi e abbiamo deciso di offrire il servizio da casa, i manager di M31 LLC con cinque anni di esperienza di Silicon Valley sono ancora con noi”. Insomma, sintetizza Frezza. “Se necessario apriamo sedi dove servono”.

2 investimenti su 34 di Invitalia Venture sono andati a loro

Il modello ha saputo attrarre l’attenzione di Invitalia Venture. Il fondo con una dote da 65 milioni che ha esordito all’inizio del 2016, ha in portafoglio quattro società. Due sono incubate da M31.

Gennaio 2016: Invitalia Ventures si guarda intorno e inaugura i suoi investimento con D-Eye: 1,5 milioni di euro sborsati assieme a Innogest, Fondazione Giuseppe e Annamaria Cottino e SI14. La startup ha brevettato un dispositivo ottico che permette di effettuare esami della retina con lo smartphone.

Pochi giorni fa è stato il turno di Zehus, specializzata nella produzione di soluzioni eco-sostenibili per la mobilità urbana. Altro round da 1,5 milioni. Con Invitalia Ventures investe Vittoria Industries, leader mondiale nella produzione di ruote per cicli.

Sono due esempi che spiegano bene l’anima di M31 e della sua rete. Perché D-Eye è uno spin-off di SI14 e Zehus del Politecnico di Milano. Rete e università. “Siamo molto grati a Invitalia per il loro investimento e felici che ci abbiano dato un’ulteriore conferma della validità della nostra selezione”, afferma Frezza.

Ma cos’è che ha convinto il ceo Salvo Mizzi? “Siamo tra i pochi incubatori che selezionano startup ‘manifatturiere’, le cosiddette hard-science, dove il valore della conoscenza scientifica è davvero la base del progetto d’impresa”. Sono più di 20 le domande di brevetti. “E poi, ci differenziamo per i nostri rapporti con le università, l’approccio internazionale e globale e la combinazione dei servizi offerti da M31 e da SI14, incubazione e accelerazione di aziende ma anche, per quelle già esistenti, di prodotti. E poi, la parte finanziaria: siamo un venture incubator, il che significa che nelle nostre imprese investiamo danari nostri o di altri membri del nostro network”. Sempre loro: rete e università.

Paolo Fiore
@paolofiore

  • Geppo Geppino

    Io capisco che un giornalista non abbia competenze elettriche / elettroniche ma ci si dovrebbe informare prima di dare numeri in libertà.
    A parte che se fosse vero che quell’affare in foto “può mantenere accesa una lampadina da 60w per due ore” vorrebbe dire che avrebbero inventato dei pannelli solari 100 volte più efficienti di quelli di oggi….ma anche credendoci…..
    …dire che qualcosa che può mantenere accesa una lampadina da 60w per due ore non può caricare un iphone è una eresia

    L’unità appropriata per misurare l’energia sono i Wattora perchè gli Amperora dipendono dalla tensione di esercizio, infatti:
    1000mAh ora a 3,7volt (tensione di una batteria di un cellulare) corrispondono ad una energia di 3,7Wh
    1000mAh ora a 220volt (tensione della rete di casa a cui lavorano le citate lampadine di casa) corrispondono ad una energia di 220Wh

    E siccome una lampadina da 60 in due ore assorbe 120Wh e una batteria dell’iphone carica mantiene 6,91Wh (Vedi foto:
    http://www.webnews.it/wp-content/uploads/2014/10/batteria-iphone-6-plus.jpg)….mi sembra che i numeri di questo articolo siano sballati.

    Molto più probabilmente quell’affare “totalmente carico” può erogare 1000mAh ma a 5 volt che sono 5Wh….sufficienti per alimentare una lampadine da 60w per 5minuti

    PS2:
    Energia = Potenza x Tempo (Wattora = W x h)
    Potenza = Tensione x Corrente (Watt = V x I)

    Cordiali Saluti.
    Un perito elettronico

  • Massimo Vismara

    1.000 mAh tengono accesa una lampadina di 60w per due ore??! Il tutto con un pannello solare di pochi centimetri quadrati…

  • RovereTano

    Una lampadina a 220 volt 60 watt, assorbe 3,66 ampere, come potrebbe quel dispositivo alimentare tale lampadina alla corrente di 1 ampere ?
    Farebbe la luce di una candelina da torta e durerebbe pochi minuti se non secondi con una lampadina ad incandescenza.

  • Ale Berg

    Quando si perde l’occasione di tacere …. quanto fa 60/220?

  • Franco Joe Giovanardi

    Perchè il pannellino è a 220V? Quanti Wh genera?

  • Vito Di Bari

    C’è quanlquadra che non cosa

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